Thomas Wolfe.
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Ho una cosa da dirti.
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Titolo originale: I have a thing to tell you.
Traduzione di: Luca Merlini.
2014. Passigli Editori, via Chiantigiana 62, Bagno a Ripoli, FIRENZE.
ISBN 978-88-368-1424-4.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Opera postuma di Thomas Wolfe incentrata sul personaggio largamente autobiografico dello scrittore George Webber, Ho una cosa da dirti  la storia
di una disillusione che segner profondamente la vita del grande scrittore americano. Fervente ammiratore della cultura e del popolo tedesco, George Webber - cos come in realt fece Thomas Wolfe - si concede, dopo la pubblicazione del suo ultimo romanzo, una lunga vacanza in Germania, dalla quale manca da molto tempo. E' il 1936, l'anno delle Olimpiadi, tre anni dopo la vittoria elettorale di Hitler e il famoso "patto con i tedeschi". Ci che George legge sulla Germania nella stampa internazionale lo inquieta, ma non vi crede del tutto: ritiene che la stampa esageri sempre, che la Germania degli anni precedenti fosse finita in un caos che sembrava irresolubile e che non sia possibile che un popolo tanto civile si sia sottomesso a una dittatura...
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Il primo impatto con Berlino  consolante: una citt ordinata e bellissima, un'atmosfera culturale viva, una popolazione apparentemente felice. Ma presto George avverte piccoli segnali: un'atmosfera reticente, un sentimento generalizzato di paura, l'indisponibilit della gente ad affrontare certi argomenti. George  sconcertato: la grandiosa organizzazione delle Olimpiadi testimonia di un paese dalle eccezionali possibilit, la qualit e l'internazionalit dell'editoria tedesca la confermano ancora la migliore d'Europa, Berlino  tuttora una citt multiculturale... Certo, ma d'altro canto il fervore quasi religioso delle enormi folle che attendono il passaggio del Fhrer che si reca o torna dallo stadio olimpico tra due file ininterrotte di soldati, il racconto inquietante delle difficolt dell'amico Heilig di fronte a leggi assurde che incidono sulle libert fondamentali
dei cittadini.
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Queste realt contraddittorie si ricomporranno definitivamente agli occhi di George quando in treno, nel viaggio di ritorno verso Parigi, l'arresto di un ebreo e i commenti degli altri viaggiatori gli renderanno evidenti non solo la durezza del regime, ma anche la generale adesione al nazismo della maggioranza dei tedeschi. Questa esperienza segn profondamente Thomas Wolfe che, appena tornato in patria, volle pubblicare Ho una cosa da dirti sulla rivista The New Republic per far conoscere negli Stati Uniti il pericolo della Germania hitleriana. Wolfe aveva capito: appena due anni dopo, la Notte dei Cristalli, tre anni dopo l'invasione della Polonia e l'abisso in cui sprofond l'Europa.
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L'AUTORE.
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Thomas Clayton Wolfe (1900-1938)  considerato uno dei massimi scrittori americani. William Faulkner, suo contemporaneo, lo consider il miglior
talento della loro generazione; sicuramente Wolfe, primo maestro della letteratura autobiografica americana, ha avuto una grande influenza sulla scrittura di autori quali Jack Kerouac e gli scrittori della Beat Generation e Philip Roth. Conobbe il successo internazionale con il romanzo Angelo, guarda il passato. A causa della morte precoce, la maggior parte della sua produzione, nella quale si segnalano The Web and the Rock e You Can't go Home Again,  stata pubblicata postuma.
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Ho una cosa da dirti.
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INTRODUZIONE.
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A primavera, quando torn a New York, a George sembr che il nuovo libro fosse quasi terminato. Affitt un piccolo appartamento vicino a Stuyvesant Square e si accinse con impegno a sgobbare duramente per finirlo. Aveva pensato che un paio di mesi fossero sufficienti a terminarlo ma, quanto ai tempi, si illudeva tutte le volte e fu soltanto sei mesi dopo che si trov di fronte a un manoscritto che lo soddisfacesse. Il che significava disporre di un manoscritto che avrebbe anche potuto inviare all'editore, ma d'altra parte George non era mai completamente soddisfatto di ci che scriveva. Cera sempre un divario insormontabile tra ci che aveva immaginato e il risultato finale, e si domandava se fosse mai esistito uno scrittore capace di considerare con serenit qualcosa che aveva scritto e di dire con onest questo comunica precisamente le idee e i sentimenti che intendevo comunicare... niente di pi e niente di meno. Il manoscritto  perfettamente corretto e non pu essere ulteriormente migliorato.
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Sotto quell'aspetto non era del tutto soddisfatto del nuovo libro. Ne conosceva gli errori, conosceva ogni singolo punto nel quale aveva mancato alle sue intenzioni. Ma sapeva anche che vi aveva messo dentro tutto ci che possedeva a quel punto del suo sviluppo, e perci non si vergognava del risultato. Sped il voluminoso manoscritto a Fox Edwards (NOTA: Nome attribuito a Maxwell Perkins, famoso editor non solo di Thomas Wolfe, ma anche di Hemingway e Scott Fitzgeral. FINE NOTA.) e, come il peso pass dalle sue spalle a quelle di Fox, si sent come se quel peso che si era portato addosso per anni gli fosse stato sollevato dalla mente e dalla coscienza. Lo aveva finito, e preg Dio di poterlo dimenticare e di non dover pi leggerne una riga.
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Ma questo, in ogni caso, era troppo da sperare. Fox lo lesse e gli disse, con suoi modi riluttanti ma diretti, che era buono, poi sugger qualche consiglio... tagliare qualcosa qua, aggiungere qualcosa l, riordinare qualche altra cosa... George litig violentemente con Fox, poi riport a casa il manoscritto, si mise un'altra volta al lavoro e fece quanto Fox desiderava... non perch lo desiderasse Fox, ma perch si rese conto che Fox aveva ragione. Ci vollero altri due mesi. Voi ci furono le bozze da leggere e correggere, e alla fine se n'erano andate altre sei settimane. Da quando era tornato dall'Inghilterra era trascorsa la maggior parte dell'anno, ma adesso il lavoro era davvero terminato e finalmente George era libero.
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La pubblicazione era fissata per la primavera del 1936 e, via via che il tempo passava, George si faceva sempre pi apprensivo. Quando era uscito il suo primo romanzo neppure dei cavalli selvaggi lo avrebbero potuto trascinare fuori da New York; aveva voluto rimanere a disposizione per essere sicuro di non perdere niente. Era rimasto in attesa, aveva letto tutte le recensioni, si era quasi accampato nell'ufficio di Fox e aveva atteso giorno dopo giorno un impossibile appagamento che non arriv mai. C'erano state, invece, le lettere da Lybia Hill (NOTA: Nome attribuito ad Asheville, cittadina natale di Thomas Wolfe. FINE NOTA.) e le disgustose avventure con i cacciatori di celebrit. Per questo adesso temeva il momento della pubblicazione e pens, quindi, di andarsene... il pi lontano possibile.
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Bench non credesse che si potesse verificare una replica delle esperienze precedenti, si prepar al peggio e decise di non farsi trovare quando sarebbe arrivato il momento. All'improvviso gli venne in mente la Germania, e la pens con intenso desiderio. Tra tutti i paesi che aveva visitato la Germania era quello che, a parte l'America, gli piaceva di pi e nel quale si sentiva pi a casa, per non parlare dell'empatia e della comprensione naturale, immediata e istintiva che provava per la sua gente. Era anche il paese, al di l di ogni altro, il cui mistero e la cui magia lo colpiva maggiormente. C'era stato diverse volte, e ogni volta il suo incantesimo gli era sembrato lo stesso. E a quel punto, dopo anni di duro lavoro e di grandi fatiche, il solo pensiero della Germania significava pace dell'animo, liberazione e felicit e, ancora una volta, antica magia.
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Cos in marzo, due settimane prima dell'uscita del libro, con Fox alla banchina del porto ad assistere alla sua partenza e a rassicurarlo che tutto sarebbe andato per il meglio, George salp ancora una volta per l'Europa.
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Indice.
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Il Messia oscuro.
"Un gran pazzo".
L'ultimo addio.
Cinque passeggeri per Parigi.
La famiglia della Terra.
L'arresto.
La strada senza ritorno.
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Fine Indice.
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Capitolo 1.
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IL MESSIA OSCURO.
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George non tornava in Germania dal 1928 e dai
primi mesi del 1929, quando aveva trascorso settimane
di pigra convalescenza in un ospedale di Monaco
dopo una rissa in una birreria(1). Prima di quel
pazzesco episodio si era fermato un po' di tempo in
una cittadina della Foresta Nera e ricordava una
grande eccitazione causata delle elezioni che si sarebbero
dovute tenere. La scena politica era caotica
a causa di uno sbalorditivo numero di partiti e dei
comunisti, accreditati di un sorprendente numero di
voti. La gente era agitata e ansiosa, e nell'atmosfera
sembrava esserci un sentimento di disastro incombente.
Ma stavolta era diverso. La Germania era
cambiata.
Dal 1933, quando le cose erano mutate, George
aveva letto, prima con sorpresa, stupore e perplessit,
poi con angoscia, e successivamente con una
grande pesantezza di cuore, tutti i resoconti della
stampa su ci che stava accadendo in Germania.
Trov difficile credere ad alcuni di quegli articoli.
Ovviamente, come dappertutto, in Germania
c'erano estremisti irresponsabili, e senza dubbio in
tempi di crisi l'estremismo pu sfuggire di mano,
ma pensava di conoscere la Germania e i tedeschi, e
nel complesso era incline a ritenere che il reale stato
delle cose fosse stato esagerato e che, semplicemente,
queste non andassero cos male come erano
rappresentate.
E in quella occasione, sul treno da Parigi, dove si
era fermato per cinque settimane, aveva incontrato
dei tedeschi che lo avevano rassicurato. Gli avevano
detto che nella politica in generale, e nel governo in
particolare, non c'erano pi n confusione n caos,
che neppure c'era pi paura tra la gente e che tutti
ne erano molto felici. Era quello che George desiderava
disperatamente credere, e anch'egli si dispose
alla felicit. Perch mai nessuno si era recato in un
paese straniero sotto condizioni cos propizie come
quelle che accompagnavano il suo arrivo in Germania
nei primi giorni del maggio del 1936.
Si racconta che un mattino, all'et di ventiquattro
anni, Byron si svegli trovandosi famoso. George
Webber aveva dovuto attendere altri undici anni.
Ne aveva trentacinque quando approd a Berlino,
ma la cosa fu altrettanto magica. Forse non era poi
cos tanto famoso, ma non importava, perch per la
prima e ultima volta nella vita si sent come se lo
fosse. Poco prima di lasciare Parigi aveva ricevuto
una lettera da Fox Edwards che gli comunicava che
in America il nuovo libro stava riscuotendo un
grande successo. E, oltre a questo, che l'anno precedente
il primo romanzo di George era stato tradotto
e pubblicato in Germania. I critici tedeschi avevano
scritto su quel libro, che aveva venduto molto bene,
recensioni straordinarie, e che quindi il nome di
George era ben conosciuto. Quando George arriv
a Berlino la gente lo attendeva.
Il mese di maggio  stupendo dappertutto.
Quell'anno, a Berlino, era particolarmente stupendo.
Per le strade, nel Tiergarten, in tutti i grandi
parchi e lungo la Sprea gli ippocastani erano in
piena fioritura. La gente passeggiava sotto gli alberi
del Kurfstendamm, le terrazze dei caff erano
piene di gente e nell'atmosfera, nell'aria luminosa
del giorno, era sempre presente un suono di musica.
George vide la serie degli infiniti, splendidi laghi
che contornano Berlino e per la prima volta il magnifico
bronzo dorato degli alti fusti dei pini silvestri.
In precedenza aveva visitato solo il sud della
Germania, le regioni del Reno e la Baviera; adesso il
nord gli sembr ancora pi incantevole.
Progett di fermarvisi per tutta l'estate, ma
un'estate gli sembr un periodo troppo breve per
abbracciare tutta quella bellezza, quella magia e
quella gioia quasi intollerabile che improvvisamente
era divenuta la sua vita; e avvertiva che se avesse potuto
rimanere per sempre in Germania quella gioia
non sarebbe mai potuta svanire o appannarsi. Perch
nel frattempo, poco prima del suo arrivo, anche
il suo secondo romanzo era stato tradotto e pubblicato,
e la sua buona accoglienza era andata al di l
di quanto George avesse mai potuto sperare. Forse
il suo trovarsi l in quel momento aveva avuto qualcosa
a che fare con quel successo. I critici tedeschi si
superavano l'un con l'altro nel vantare le sue lodi.
Se uno lo definiva "il grande scrittore epico americano", l'altro sembrava voler ingigantire la definizione
chiamandolo "l'Omero americano". Cos, dovunque
andasse, George incontrava persone che conoscevano
i suoi romanzi. Il suo nome era noto e luminoso.
Era un uomo famoso.
La Fama spandeva una parte della sua grazia su
tutto ci che lo circondava. La vita assumeva una radiosit
aggiuntiva. L'aspetto, la percezione, il gusto,
l'odore e il suono di tutto quanto lo circondava
aveva portato un eccezionale ed eccitante arricchimento,
e questo perch George aveva al suo fianco
la Fama. Vedeva il mondo con una soddisfazione
percettiva pi acuta di quanto mai avesse sperimentato
prima di allora. Qualsiasi disorientamento, fatica,
dubbio profondo e amara mancanza di speranza
che lo avesse afflitto nel passato era scomparso,
e non ne rimaneva alcuna ombra di qualsiasi
sorta. Gli sembrava di aver conseguito una vittoria
finale, un trionfo completo su ogni genere delle milioni
di forme della vita. Il suo animo non era pi
tormentato, sfinito, ma sollevato dallo sforzo incessante
della sua precedente lotta contro Quantit e
Numeri. Era meravigliosamente conscio di tutto,
vivo in ogni poro.
La Fama gli aveva donato persino una lingua per
il silenzio, un linguaggio per i discorsi non espressi.
La Fama gli era vicina quasi sempre ma anche
quando si trovava solo, senza di lei, in luoghi nei
quali non era conosciuto e dove il suo nome non significava
alcunch, l'alone che la Fama emanava lo
circondava comunque, rendendolo capace di affrontare
qualsiasi situazione con una sensazione di potere
e di fiducia in se stesso, di calore, di affabilit e
di amicizia. Era divenuto il Signore della Vita. C'era
stato un periodo nella sua giovinezza nel quale avvertiva
che la gente rideva sempre di lui, nel quale si
trovava a disagio di fronte agli sconosciuti e nel
quale si avviava verso qualsiasi nuovo incontro con
un peso sulle spalle. Ma adesso era divenuto forte e
fiducioso, e chiunque incontrasse o con chiunque
parlasse, scrittori, autisti di taxi, fattorini di albergo,
lift, conoscenti casuali in tram o in treno o per
strada, avvertiva immediatamente dentro di s
un'ondata di felicit e una forza ardente, e rispondeva
allo sconosciuto con calore, istintivamente, con
immediato e naturale piacere cos come si risponde
alla luminosit nitida e fulgida del primo sole.
E quando la Fama era con lui, tutta quella magia
si espandeva. Poteva notare un'amichevole invidia
negli occhi degli uomini e una sincera adorazione in
quelli delle donne. Le donne sembravano adorare lo
splendore della Fama. Da loro George cominci a
ricevere lettere e telefonate di invito a manifestazioni
di ogni genere. Le ragazze lo inseguivano. Ma
tutto questo lo aveva gi sperimentato prima, e
adesso era diffidente perch sapeva che gli arrampicatori
sociali sono uguali in tutto il mondo. A quel
punto, sapendo come lo sapeva, venendone a contatto
non provava pi disillusione. In realt gli
creava molto piacere e senso di potenza il rovesciare
sulle donne stesse le loro manovre: all'inizio George
indulgeva a piccoli segni di galanteria, ma poi,
quando le donne pensavano di averlo in pugno,
George si scioglieva innocentemente dal cappio e le
lasciava nell'incertezza.
Poi conobbe Else. Else von Kohler non era un'arrampicatrice
sociale. George la incontr a una delle
feste che il suo editore tedesco, Karl Lewald, organizzava
in suo onore. A Lewald piaceva organizzare
feste; non riteneva di fare mai abbastanza per
George e cercava continuamente qualche scusa per
organizzarne una nuova. Else non conosceva
Lewald; fino dal primo istante aveva maturato
un'antipatia istintiva verso quell'uomo, e tuttavia era
andata alla festa, portata, senza che fosse stata invitata,
da un uomo che George aveva conosciuto.
George se ne innamor alla prima occhiata, e cos
accadde a lei.
Else era una giovane vedova trentenne che sembrava,
ed era, il tipo perfetto della Valchiria scandinava.
Aveva una massa di luminosi capelli biondi intrecciati
attorno alla testa e guance come mele rosse.
Era altissima per una donna, con gambe lunghe e
slanciate da atleta e spalle larghe e piene come
quelle di un uomo. Eppure aveva un fisico stupendo
e in lei non c'era alcun aspetto di sgradevole mascolinit.
Era completamente e appassionatamente femminile
quanto pi lo pu essere una donna. Il volto,
in qualche modo austero e riservato, era addolcito
da un senso di profondit spirituale e quando si illuminava
in un sorriso rivelava un'improvvisa, toccante
radiosit di una qualit e di una luce che nella
sua intensit e purezza era diversa da qualsiasi altro
sorriso che George avesse mai visto.
Nel momento stesso in cui si erano incontrati,
George ed Else erano stati attratti l'uno dall'altra.
Da quel momento, senza necessit di un pur breve
periodo di transizione, le loro vite erano confluite in
un unico fiume. Passavano molte, splendide giornate
assieme. E molte erano anche le notti piene di
incanti misteriosi e di una forte passione da entrambi
condivisa. Quella ragazza divenne per
George la pi alta realt, una realt che era alla base
di tutto ci che pensava e avvertiva, e che si manifestava
durante quel periodo glorioso e inebriante
della sua vita.
E adesso gli anni ciechi e furiosi di Brooklyn, tutti
quegli anni di lavoro, tutti i ricordi di uomini che si
aggiravano furtivamente tra i bidoni della spazzatura,
tutti gli anni da errabondo e da esiliato sembravano
lontanissimi. In qualche strano modo l'immagine
del suo successo personale e di quella
gioiosa liberazione, dopo tanta fatica e disperazione,
nella mente di George si connetteva a Else, ai pini
silvestri, alla grande folla che si ammassava nel
Kurfurstendamm con un canto dorato nell'aria... e,
in qualche modo, con l'impressione che il tempo
grigio fosse passato per tutti e che fossero tornati i
giorni felici.
Era il periodo dei grandi Giochi Olimpici, e quasi
ogni giorno George ed Else andavano allo stadio di
Berlino. George osserv che il genio organizzativo
del popolo tedesco, spesso indirizzato a fini di nobili
obiettivi, adesso si rivelava con maggior evidenza,
in modo pi elettrizzante di quanto avesse
avuto opportunit di notare in precedenza. La sola
esibizione di quel genio organizzativo era travolgente,
cos schiacciante che George cominci a sentirsene
oppresso. Sembrava che in esso ci fosse qualcosa
di minaccioso. Si avvertiva una meravigliosa
concentrazione di impegno, una eccezionalit di
progetto comune coordinato dal grande potere collettivo
dell'intero paese. Ma la cosa che rendeva minaccioso
tutto questo era l'evidenza che tutto ci
andava al di l di quanto gli stessi Giochi richiedevano.
I giochi olimpici erano sovradimensionati,
non si trattava pi semplicemente di una competizione
sportiva alla quale le altre nazioni avevano inviate
le loro squadre selezionate. Giorno dopo
giorno si trasformavano nella dimostrazione di come
tutta la Germania veniva educata e disciplinata. Era
come se i Giochi fossero stati scelti a simbolo del
nuovo potere collettivo, un mezzo per mostrare al
mondo in termini concreti ci che il nuovo potere
sarebbe divenuto.
Senza alcuna esperienza precedente in imprese del
genere, i tedeschi avevano costruito uno stadio poderoso,
lo stadio pi bello e pi perfettamente progettato
che fosse mai stato realizzato. E tutti i particolari
di quell'impianto... le piscine, le sale enormi, i particolari
minori, erano stati progettati con la stessa coesione
di bellezza e di utilit. L'organizzazione era superba.
Non solo per quanto riguardava gli eventi in
s, fino ai minimi dettagli di ogni singola competizione,
organizzati e gestiti come un cronometro, ma
anche per quanto riguardava gli spettatori... folle
che nessuna altra grande citt si era mai trovata a gestire,
folle che avrebbero congestionato e fatto impazzire
il traffico di New York senza alcuna speranza
di venire sbrogliato... folle che erano gestite con una
calma, con un ordine e con una velocit strabiliante.
Lo spettacolo quotidiano mozzava il fiato per bellezza
e per magnificenza. Lo stadio era un carosello
di colori che provocava un nodo alla gola; al confronto,
la moltitudine splendente dei gonfaloni facevano
sembrare carnevali grossolani i pacchiani addobbi
delle grandi parate americane... l'insediamento
di un presidente o una fiera mondiale. E per tutta la
durata dei Giochi Olimpici la stessa Berlino si era trasformata
in una specie di dpendance dello stadio. Da
un lato all'altro della citt, dal Lustgarten alla porta di
Brandeburgo, lungo l'intero, ampio percorso di Unter den
Linden, attraverso i vasti viali del Tiergarten e
dall'intera parte occidentale di Berlino fino ai piedi
dello stadio, la citt intera era tutta una emozionante
sfilata di grandi gonfaloni... e non solo miglia e miglia
di pavesi sventolanti, ma gonfaloni alti venti metri
come i gonfaloni che avrebbero potuto adornare la
tenda militare di un grande imperatore.
E per tutta la giornata, a partire dal mattino, Berlino
si trasformava in un poderoso orecchio, accordato,
attento, focalizzato sullo stadio. Dappertutto
l'atmosfera era riempita da una singola voce. Gli alberi
verdeggianti lungo il Kurfrstendamm iniziavano
a parlare: dagli altoparlanti nascosti tra i loro
rami un annunciatore, dallo stadio, parlava a tutta la
citt... e per George Webber era un'esperienza
strana l'udire i termini familiari delle piste e dei
campi di gioco tradotti nella lingua che utilizzava
Goethe. Veniva informato che la Vorlauf stava per
partire... e poi la Zwischenlauf... e poi la Endlauf...
e il vincitore:
Owens...!.
Lungo quelle strade incredibilmente piene di
gonfaloni le folle si accalcavano incessantemente per
tutta la giornata. Il grande viale di Unter den Linden
era calcato da pazienti, pesanti piedi tedeschi.
Padri, madri, bambini, giovani, vecchi... c'era l'intero
tessuto della nazione, da ogni angolo del paese.
Dalla mattina alla sera quella gente arrancava con gli
occhi spalancati, pieni di stupore, attraverso quelle
strade imbandierate. E tra loro si potevano distinguere,
come rapide coltellate, i colori delle tute
olimpiche e il bagliore di volti stranieri. I lineamenti
pi scuri di francesi e di italiani, i volti avoriati dei
giapponesi, i capelli color della paglia e gli occhi azzurri
degli svedesi e i grossi americani, azzimati con
i loro cappelli di paglia, le flanelle bianche e i soprabiti
blu con lo stemma delle Olimpiadi.
E una grande quantit di uomini in marcia, talvolta
senza armi, ma dal passo cadenzato, reggimenti
di camicie brune che si muovevano lungo le
strade. Tutti i giorni, a mezzogiorno, in occasione
degli eventi pi importanti dei giochi, le strade e i
viali imbandierati che avrebbero visto passare il
Capo nel suo percorso verso lo stadio erano, per
chilometri, un'unica sfilata di truppe, in entrambi i
lati delle strade. In piedi, in posizione di riposo,
quei giovani che ridevano e parlavano tra di loro...
le guardie del corpo del Capo, le unit di Schutz
Staffel, le truppe d'assalto, ogni rango e divisione
nelle loro uniformi diverse... allineati in file ininterrotte
dalla Wilhelmstrasse fino alla porta di Brandeburgo.
Poi, all'improvviso, un comando secco e
tutto si sarebbe trasformato in un enorme sbattere
di tacchi di migliaia di stivali di cuoio dal suono di
guerra.
Sembrava che tutto fosse progettato per quel momento,
modellato per quell'obiettivo trionfale. Ma
la gente... la gente non era stata addestrata. Un
giorno dopo l'altro, dietro la muraglia ininterrotta di
soldati, la gente in piedi attendeva in densa e paziente
moltitudine. Erano le masse della nazione, i
poveri della terra, gli umili della vita, lavoratori e
mogli, madri e figli che giorno dopo giorno rimanevano
in piedi ad aspettare. Stavano l perch non
avevano il denaro bastante per acquistare i piccoli
tagliandi di cartone che gli avrebbero concesso un
posto nella magica arena. Dal mezzogiorno alla
notte rimanevano in attesa di due attimi brevi e aurei
della giornata: l'attimo in cui il Capo usciva per
andare allo stadio e il momento del suo ritorno.
Alla fine il Capo arrivava... e qualcosa come un
vento che scuote un campo d'erba scuoteva quella
folla, e da lontano la folla si sollevava con lui, mentre
in essa s'incarnava la voce, la speranza, la preghiera
del paese. Il Capo procedeva lentamente su
un'auto lucente, un ometto con baffetti da commedia
comica, eretto, impalato, immobile e senza un
sorriso, le mani sollevate, palme in fuori, non nel saluto
nazista, ma aperte in un gesto di benedizione al
modo di un Budda o di un Messia.
Fin dal primo attimo della loro relazione, e poi
fino alla fine, Else si rifiut di parlare con George di
qualsiasi cosa che anche lontanamente riguardasse il
regime nazista. Tra loro era un soggetto proibito.
Ma gli altri non erano cos discreti. Pass la prima
settimana, e George cominci a udire cose spiacevoli.
Ogni tanto a una festa, una cena o in occasioni
del genere, quando George parlava del suo entusiasmo
per la Germania, i tedeschi, i vari amici che si
era fatto, quando avevano bevuto abbastanza lo tiravano
da parte e, dopo essersi guardati attorno, guardinghi,
si chinavano verso di lui in aria di grande segretezza
e sussurravano:
Ma hai sentito?... Hai sentito?.
George non aveva mai visto neppure una delle
cose spiacevoli delle quali quegli amici sussurravano.
Non aveva visto alcun pestaggio. Non aveva
visto alcun arresto o condanna a morte. Non aveva
visto nessuno in un campo di concentramento. Non
aveva visto nella realt e da nessuna parte alcuna
manifestazione di violenza brutale e ossessiva.
 vero, dappertutto c'erano uomini in uniforme
bruna, uomini in uniforme nera e uomini in
uniforme verde oliva, e dappertutto, nelle strade, si
avvertivano i passi pesanti di piedi calzati in stivali,
lo squillo di trombe, il suono dei pifferi e il triste
spettacolo di facce giovani ombreggiate da elmetti
d'acciaio, armati e seduti ordinatamente in grandi
camion dell'esercito. Ma per George tutto si
confondeva con la gioia del proprio successo, con il
sentimento verso Else e con quel temperamento cordiale
della gente che aveva conosciuto e sperimentato
tante volte in passato; quindi, anche se quelle
cose non gli sembravano buone, non gli apparivano
tuttavia sinistre o malvagie.
Poi accadde qualcosa. Non accadde all'improvviso.
Accadde e basta, come l'addensarsi delle nubi,
come si forma la nebbia, come comincia a cadere la
pioggia.
Un uomo che George aveva conosciuto aveva
progettato di organizzare una festa in suo onore e gli
chiese se avesse voluto invitare qualcuno tra i suoi
amici. George fece il nome di uno. Il suo ospite rimase
un attimo in silenzio; sembr imbarazzato; poi
disse che la persona che George aveva nominato era
stato il direttore editoriale di una rivista che era
stata soppressa e che alla festa era gi stata invitata
un'altra persona che aveva avuto un ruolo determinante
in quella soppressione... e quindi... sarebbe
dispiaciuto a George se...?
George fece un altro nome, un vecchio amico di
nome Franz Heilig che aveva conosciuto anni prima
a Monaco e che adesso viveva a Berlino, al quale era
molto legato. Ancora quella pausa carica di ansia,
l'imbarazzo, l'obiezione incerta. Quella persona
era... be', l'ospite di George disse di conoscerlo e di
sapere che non andava mai alle feste... e che, anche
se invitato, non avrebbe accettato... e quindi a
George sarebbe dispiaciuto se...?
Poi George fece il nome di Else von Kohler, e la
risposta fu dello stesso genere. Da quanto tempo
George conosceva quella donna? Dove e in quale
circostanza l'aveva conosciuta? George cerc di rassicurare
il suo ospite su tutti quegli aspetti. Gli disse
che non avrebbe dovuto temere niente quanto a
quei particolari. Gli disse che non c'era niente da temere
riguardo a Else. L'ospite fu rapido, immediato
nelle sue scuse: oh, certo... era sicuro che si trattasse
di una signora completamente a posto... solo,
di questi tempi... nel caso di una riunione di persone
di generi diversi... lui aveva cercato di mettere
assieme un gruppo di persone che George gi conosceva
e che si conoscevano tra di loro... pensava che
in quel modo la cosa sarebbe stata pi piacevole...
nelle feste le persone che non conoscono nessuno si
intimidiscono, si isolano, si comportano in modo cerimonioso...
non ci sarebbe stato nessuno di conoscenza
di Frau von Kohler... e quindi sarebbe
dispiaciuto a George se...?
Non molto tempo dopo quell'esperienza sconcertante
George ricev la visita di un amico. Tra pochi
giorni - disse l'amico - riceverai una telefonata da
una certa persona. Cercher di incontrarti, di parlarti.
Non avere niente a che fare con quell'uomo.
George rise. L'amico era un tedesco misurato e il
suo volto, mentre parlava, era cos assurdamente serio
da far pensare a George che interpretasse una
parte per prendersi gioco di lui in modo pesante.
Cerc di farsi dire chi poteva essere quel misterioso
personaggio che era cos desideroso di fare la sua
conoscenza.
Con grande stupore e incredulit da parte di
George, l'amico gli fece il nome di un alto funzionario
del governo.
Ma perch, domand George, quell'uomo
avrebbe voluto incontrarlo? E perch, se la cosa
fosse avvenuta, George avrebbe dovuto averne
paura?
All'inizio l'amico sembr non voler rispondere.
Alla fine mormor con circospezione:
Ascoltami. Stai lontano da quell'uomo. Te lo
dico per il tuo bene. Fece una pausa, incerto su
come proseguire. E poi: Hai sentito parlare del generale
Rohm?(2). Sai qualcosa di lui? Sai cosa gli 
successo?. George annu. Be' - continu l'amico
con voce tremante - ci sono stati altri che non sono
stati fucilati nell'epurazione. L'uomo di cui parlo 
uno dei peggiori. Abbiamo un soprannome per
lui... "Il principe delle tenebre".
George non seppe come considerare tutto ci.
Cerc di capirci qualcosa, ma non ci riusc, cos alla
fine lasci perdere. Ma pochi giorni dopo il funzionario
che il suo amico aveva nominato gli telefon e
gli chiese di incontrarlo. George invent una scusa
qualsiasi e riusc a evitare di vederlo, ma in ogni
caso fu un episodio molto strano e inquietante.
Tutte quelle esperienze sconcertanti contenevano
un qualche elemento di commedia o di melodramma,
ma questi erano gli aspetti superficiali. A
quel punto George cominci a capire la tragedia che
sottostava a quel tipo di cose. In nessuna di loro
c'era niente di politico. Le loro radici erano molto
pi sinistre, profonde e malvagie della politica, o
persino di quanto avrebbe potuto esserlo il pregiudizio
razziale. Per la prima volta nella sua vita si era
trovato di fronte a una cosa piena di orrore come
non aveva mai sperimentato prima... qualcosa che
rendeva la violenza e la passionalit improvvisa
dell'America - l'organizzazione mafiosa, l'inaspettato
omicidio, la crudelt e la corruzione che infestano
settori del mondo degli affari americano e
della vita pubblica - qualcosa di innocente rispetto
a quella. Ci che George inizi a vedere fu l'affresco
di un grande popolo che era stato ferito fisicamente
e che adesso si era ammalato gravemente di un'orribile
malattia dell'animo. Ecco un'intera nazione, si
rese conto, che era stata infestata dal contagio di
una paura sempre presente. Una specie di paralisi
strisciante che distorceva e accecava tutte le relazioni
umane. Le pressioni di un'ossessione costante
e infame avevano messo sotto silenzio quell'intero
popolo all'interno di un soffocante e maligno riserbo
fino a farlo diventare un popolo spiritualmente
settico attraverso la distillazione dei suoi
stessi veleni, per i quali a quel punto non ci sarebbero
stati n medicine n guarigione.
Cominciando a capire e a vedere il reale stato
delle cose, George si domand se qualcuno sarebbe
stato cos rozzo da esultare di fronte a quella grande
tragedia o da provare astio per un popolo un tempo
poderoso che ne era stato vittima. Culturalmente, a
partire dal diciottesimo secolo, la Germania era
stata la prima civilt d'Europa. In Goethe si era articolato
in modo sublime uno spirito universale che
non conosceva frontiere di nazionalit, politica,
razza e religione, uno spirito che gioiva dell'eredit
dell'intera umanit e che non ammetteva alcuna dominazione
o conquista di quell'eredit al di l della
partecipazione o di un contributo ad essa. Quello
spirito tedesco nell'arte, nella letteratura, nella musica,
nelle scienze e nella filosofia aveva continuato a
vivere in una serie ininterrotta fino al 1933, e a
George sembrava che non esistesse al mondo n un
uomo n una donna viventi che non fosse stato, in
un modo o nell'altro, arricchito grazie a quello spirito.
Quando nel 1925 per la prima volta aveva visitato
la Germania l'evidenza di quello spirito era manifesto
ovunque nei modi pi semplici e inequivocabili.
Per esempio, non si poteva passare dinanzi alle vetrine
stipate di una libreria in qualsiasi citt del
paese senza riconoscervi immediatamente un riflesso
dell'entusiasmo intellettuale e culturale della
gente tedesca. Il contenuto di quelle librerie rivelava
una portata di visioni e di interessi che avrebbe fatto
apparire il contenuto di una libreria francese, con le
sue limitazioni linguistiche e geografiche, insignificante
e provinciale. I migliori scrittori di ogni nazione
erano conosciuti cos bene in Germania
quanto nei loro paesi. Tra gli americani, Theodore
Dreiser, Sinclair Lewis, Upton Sinclair e Jack London
avevano un pubblico particolarmente ampio; i
loro libri erano venduti e letti ovunque. E anche le
opere degli scrittori americani pi giovani erano attese
con impazienza e pubblicate.
Anche nel 1936 questo nobile entusiasmo, sebbene
sommerso e mutilato dal regime di Adolf Hitler,
era ancora visibile nel modo pi toccante.
George aveva sentito dire che in Germania i buoni
libri non erano pi letti n pubblicati. Trov che
questo non era vero, cos come non erano vere altre
cose che aveva sentito sulla Germania. E pensava
che, per quanto riguardava la Germania di Hitler, si
dovesse essere molto sinceri. E il motivo per cui si
doveva essere molto sinceri era che le cose sulle
quali ogni persona perbene avrebbe dovuto essere
contraria erano false. Non si pu offrire l'altra guancia
alla falsit, e in pi, gli sembrava, non si pu essere
ingiusti nei confronti dell'ingiustizia. Su questo
bisogna essere onesti. Non si pu combattere la falsit
e l'imbroglio con la falsit e l'imbroglio, bench
ci siano persone che sostengono che lo si possa fare.
Cos, non era vero che in Germania i buoni libri
non potessero essere pubblicati e letti. E, poich
non era vero, la tragedia del grande spirito tedesco
era ancora, e in modo pi commovente, evidente -
nei modi subdoli e distorti nei quali adesso si manifestava
quella tragedia - di quanto sarebbe stato se
fosse stato vero. I buoni libri erano ancora pubblicati
anche se il loro contenuto, sia in modo evidente
che implicito, rappresentava una critica al regime di
Hitler o controbatteva i suoi dogmi. E sarebbe semplicemente
stupido affermare che qualsiasi libro,
per essere un buon libro, dovesse criticare Hitler e
controbattere le sue dottrine.
Per questi motivi l'entusiasmo, la curiosit e il fervore
dei tedeschi per quei buoni libri che erano ancora
autorizzati a leggere era notevolmente accresciuto.
I tedeschi desideravano disperatamente di
scoprire cosa stesse accadendo nel mondo, e l'unico
modo che rimaneva loro era leggere qualsiasi libro
che fosse stato scritto al di fuori della Germania e
che potessero trovare. Sembrava che fosse l'unica
spiegazione basilare al costante interesse dei tedeschi
per la letteratura americana, e il fatto che fossero
interessati era una cosa tanto travolgente
quanto patetica. Date queste condizioni, gli ultimi
residui dello spirito tedesco tentavano di sopravvivere
come un uomo che stia annegando... e che si
aggrappi disperatamente a qualsiasi oggetto liberamente
galleggiante staccatosi dal relitto della loro
nave.
Cos trascorsero le settimane, i mesi, l'estate e,
ovunque gettasse lo sguardo, George vedeva le
prove di quella dissoluzione, di quel naufragio di un
grande spirito. Le emanazioni velenose di quella repressione,
di quella persecuzione, e la paura che infestava
l'atmosfera come un vapore pestilenziale e
impregnato di miasmi, contaminante, avvelenavano
e degradavano la vita di chiunque ne venisse a contatto.
Era una pestilenza dello spirito... invisibile,
ma altrettanto inequivocabile della morte. A poco a
poco George vi affond attraverso il canto dorato di
quell'estate, finch infine non lo sent, lo respir, vi
visse e lo riconobbe per quello che era.

Note.
1. Episodio realmente accaduto nel 1929 [N. d. T.].
2. Ernst Rohm (1887-1934), militare di carriera, alla fine della
Prima Guerra Mondiale ader immediatamente alla destra nazionalista
tedesca. Organizzatore delle SA, le squadre che costituivano
il braccio armato del partito nazista, successivamente alla
vittoria del nazismo alle elezioni del 1933 cerc di far confluire le
SA e le SS nell'esercito regolare per creare un'unica forza militare
totalmente controllata dal partito nazista. Ma la resistenza degli
alti ufficiali dell'esercito, preoccupati di perdere il potere
sull'esercito nazionale, non videro di buon occhio la proposta
e convinsero Hitler, che dell'appoggio dell'esercito aveva
bisogno, non solo a sciogliere le SA, ma ad accusare Rohm di
tentativo di colpo di stato. Rohm venne incarcerato e ucciso
in prigione [N. d. T.].

 Capitolo 2.
"UN GRAN PAZZO".

Per George era giunto il tempo della partenza. Sapeva
di dover partire, ma aveva continuato a rimandare.
Per due volte aveva prenotato il viaggio di ritorno
in America e fatto tutti i preparativi e per due
volte, all'approssimarsi di quel giorno, aveva disdetto
il viaggio.
Odiava l'idea di lasciare la Germania perch in
qualche modo avvertiva che non sarebbe pi potuto
tornare in quella terra antica che tanto amava. Ed
Else... dove, sotto quale cielo straniero avrebbe potuto
sperare di rivederla? Le radici di Else erano qui,
le sue erano altrove. Quell'addio sarebbe stato l'ultimo.
Dunque, dopo rinvii e rinvi, prenot ancora una
volta il viaggio e stabil di lasciare Berlino in una data
verso la met di settembre. Il rinvio aveva reso solo
pi doloroso quel momento temuto. Ritardarlo ancora
sarebbe stato folle. Questa volta sarebbe partito
davvero.
E alla fine giunse il mattino fatale.
Il telefono vicino al letto squill debolmente.
George sobbalz, poi si svegli di botto da quel
sonno agitato e precario che sperimentiamo quando
andiamo a letto tardi e sappiamo di doverci alzare
presto. Era il portiere. Quella voce bassa, tranquilla,
aveva in s un'essenza di immediata autorit.
Sono le sette, disse il portiere.
Bene... - rispose George - Grazie. Sono sveglio.
Poi si alz, ancora combattendo tetramente tra
una vecchia fatica che implorava sonno e una tormentosa
tensione ansiosa che invece richiedeva
azione. Un'occhiata alla stanza lo rassicur. Il vecchio
baule di pelle giaceva, aperto, con il resto dei
bagagli. Era stato riempito dalla cameriera con perfetta
efficienza la sera precedente. A quel punto
c'era davvero poco da fare, a parte radersi e vestirsi,
mettere via gli oggetti da toilette, riempire la borsa
dei pochi libri, delle lettere e delle pagine di manoscritti
che si accumulavano sempre, dovunque si trovasse,
e andare alla stazione. Venti minuti di ininterrotto
lavoro e sarebbe stato pronto. Il treno sarebbe
partito solo alle otto e mezzo, e la stazione era lontana
solo tre minuti di taxi. Infil i piedi nelle pantofole,
si avvi verso la finestra, tir la corda e sollev
le pesanti tapparelle di legno.
Era un mattino grigio. In basso, a parte qualche
auto sparuta, il quieto sibilo di una bicicletta o qualcuno
che si incamminava svelto verso il lavoro con
un secco, solitario passo da primo mattino, il
Kurfrstendamm era spoglio e silenzioso. Al centro
della strada, sopra le rotaie del tram, i begli alberi
avevano gi perso la loro freschezza estiva... la
profonda e oscura intensit del verde tedesco, il
verde pi verde della Terra, che ha un tratto di
oscurit da foresta, un senso leggendario di frescura
e di magia. Adesso le foglie sembravano sbiadite e
polverose. Erano gi toccate qua e l dalla sfumatura
giallognola dell'autunno. Un tram giallo crema,
immacolato, lucente come un giocattolo perfetto,
pass con il suono sibilante emesso dalle rotaie e dai
contatti del trolley. A parte questo, il tram non faceva
alcun rumore. Come tutto ci che producevano
i tedeschi, il tram e le rotaie erano perfetti nella loro
funzione. Era completamente assente lo sferragliamento
e il clangore metallico di un tram americano.
Persino i piccoli sampietrini che pavimentavano lo
spazio tra le rotaie erano puliti e immacolati come se
fossero stati spazzolati uno a uno, e le strisce erbose
che bordavano i binari erano verdi e vellutate come
i tappeti erbosi di Oxford.
A ciascun lato della strada, i grandi ristoranti, i
caff e le terrazze del Kurfurstendamm mostravano
la solitudine silenziosa che quei luoghi hanno sempre
a quell'ora del mattino. Tre isolati pi avanti,
alla fine della strada, il campanile della Gedchtniskirche
batt sette colpi. George poteva distinguerne
la grande massa tetra e, sui rami, qualche uccello
cinguettante.
Qualcuno buss. George si volse, and alla porta
e l'apr. Era il cameriere, impalato con il vassoio
della prima colazione. Era un ragazzo di una quindicina
d'anni, un solenne ragazzo biondo dal volto di
un fresco rosato. Indossava una camicia da lavoro e
una divisa da cameriere immacolata, ma che evidentemente
era stata un po' ridotta rispetto alle dimensioni
di un qualche suo ex abitante pi maturo. Entr
con passo solenne di marcia tenendo rigido di
fronte a s il vassoio e si diresse verso il tavolo posto
al centro della stanza, flemmaticamente pronunciando
con voce gutturale e atona tre frasi in inglese
che erano:
Buongiorno, signore, appena George apr la
porta.
Se permette, signore..., mentre posava il vassoio
sul tavolo, e poi:
Molte grazie, signore, uscendo e chiudendosi la
porta alle spalle.
La formula era sempre stata la stessa. Per tutta
l'estate non era cambiata di un briciolo, e adesso
che il ragazzo usciva a passo di marcia per l'ultima
volta George prov un sentimento di affetto e di
rammarico. Gli chiese di fermarsi un attimo, raccolse
i pantaloni, ne prese un po' di soldi e glieli
dette. Il volto roseo del ragazzo arross immediatamente
dalla gioia. George gli strinse la mano e il ragazzo
disse con voce gutturale:
Molte grazie, signore. Poi, lentamente e con calore:
Buon viaggio, signore. Sbatt i tacchi, fece
un inchino formale e chiuse la porta.
George si ferm un attimo con un sentimento innominabile
di affetto e di rammarico nella sicurezza
di non incontrare mai pi quel ragazzo. Poi torn
verso il tavolo e si vers una tazza del caldo, ricco
cioccolato, spezz un crostino, lo imburr, lo
spalm di marmellata e lo mangi. Era tutto ci che
gli bastava. La teiera era ancora piena a met, il
piatto era ancora carico di riccioli di un burro cremoso,
c'era una grande abbondanza di marmellata
deliziosa, numerosi crostini, fragranti croissants sufficienti
per una mezza dozzina di colazioni, ma
George non aveva appetito.
Si avvicin al lavandino e accese la luce. Il grande,
pesante lavandino di porcellana era incassato nella
parete. Le pareti e il pavimento erano eleganti e perfette,
da bagno piccolo ma lussuoso. Si lav i denti e
si rase, ripose tutti gli oggetti da toilette in un piccolo
necessaire di pelle, ne chiuse la lampo e lo ripose
nel vecchio baule. Poi si vest. Alle sette e
mezzo era pronto.
Nel momento in cui George suon per il portiere
arriv Franz Heilig. Era un uomo singolare, vecchio
amico dei tempi di Monaco, e George gli era affezionato.
Quando si erano incontrati per la prima volta
Heilig era bibliotecario a Monaco. Adesso lavorava
in una delle grandi biblioteche di Berlino. Aveva un
ruolo di funzionario pubblico, con la prospettiva di
lenti ma sicuri avanzamenti negli anni. Il suo stipendio
era modesto e cos anche il suo tenore di vita,
ma tutto questo non lo preoccupava. Era un dotto
con il pi ampio raggio di conoscenze e di interessi
che George avesse mai riscontrato in qualcuno. Leggeva
e parlava una dozzina di lingue. Era tedesco
fino alle radici del suo animo colto, ma il suo inglese,
che parlava meno bene di qualsiasi lingua
avesse studiato, non era al livello del normale livello
tedesco della lingua di Shakespeare. Nel suo inglese
c'erano moltissimi elementi tedeschi, e in pi Heilig
aveva preso in prestito accenti e inflessioni da qualcuna
delle sue altre conquiste linguistiche, e il risultato
era la modalit pi strana e divertente di linguaggio
bastardo.
Entrando nella camera e vedendo George cominci
a ridere socchiudendo gli occhi, contorcendo i
minuti lineamenti e sbuffando dalle labbra aspramente
rugose come se avesse appena mangiato un
diospero non ancora maturo. Poi la sua espressione
torn sobria e Heilig disse, in tono ansioso:
Sei pronto, dunque? Te ne stai davvero andando?.
George annu. S - disse -.  tutto pronto.
Come stai, Franz?.
Improvvisamente Heilig rise, si tolse gli occhiali e
si mise a pulirli. Senza gli occhiali il piccolo volto
raggrinzito acquisiva un aspetto di stanchezza e di
logoramento, e gli occhi deboli erano cerchiati di
sangue dalla notte precedente.
Oh, Gott! - esclam con una sorta di allegro
sconcerto - Mi sento perfettamente... terribile!
Non sono neppure andato a letto! Dopo averti lasciato
non ho potuto dormire. Ho camminato e
camminato quasi fino al Grunewald... Posso dirti
una cosa? - disse con enfasi osservando George con
l'intensit severa con la quale era solito pronunciare
delle parole profetiche - Mi sento dannatamente
male... davvero.
Quindi non sei andato a letto per niente? Non
hai dormito?.
Oh, s - disse stancamente - ho dormito un'ora.
Sono tornato a casa. La mia ragazza dormiva... non
volevo entrare nel letto... non volevo svegliarla.
Cos mi sono steso sul divano. Non mi sono neppure
spogliato. Avevo paura di fare tardi per incontrarti
alla stazione. E questo - disse guardando
George con maggiore seriet - sarebbe stato troppo
terribile!.
Perch oggi, dopo la partenza del treno, non
torni a casa a dormire? - disse George - Cos come
stai non mi sembri in grado di lavorare neppure un
po'. Non sarebbe meglio che ti prendessi un giorno
di ferie per dormire?.
Be' - disse Heilig bruscamente, bench quasi
con indifferenza - ti dir una cosa. Ancora una
volta osserv George intensamente e, con seriet,
disse: Non ha importanza. Davvero non ha importanza.
Prender qualcosa... del caff o qualcosa -
disse con indifferenza -. Non sar una tragedia. Ma,
Gott! - ancora quella risata disperatamente allegra -
come dormir stanotte! Dopotutto dovr cercare almeno
di riconoscere la mia ragazza.
Lo spero, Franz. E una brava ragazza. Temo che
non ti abbia visto molto spesso l'ultimo mese o gi
di l.
Bene, dunque - ribad Heilig - ti dir una cosa.
Non importa. Davvero non importa. E una brava ragazza...
lei sa di queste cose... a te piace, no? - e
guard di nuovo George intensamente, con ansia -
Pensi che sia una brava ragazza?.
S, penso che sia davvero una brava ragazza.
Bene, dunque - disse Heilig - ti dir una cosa. E
una gran brava ragazza. Mi fa piacere che ti piaccia.
 molto buona con me. Andiamo molto d'accordo.
Spero che loro mi lascino vivere con lei, disse sommessamente.
Chi? Cosa intendi con loro', Franz?.
Oh! - disse stancamente mentre il piccolo volto
si aggrottava in un'espressione di disgusto - Quella
gente... quella gente stupida... che tu conosci.
Ma, buon Dio, Franz! Certamente non l'hanno
ancora proibito, no? Un uomo avr ancora il diritto
di avere una ragazza, no? Uno pu passeggiare un
po' per il Kurfrstendamm e procurarsi una dozzina
di ragazze prima di aver attraversato un isolato.
Oh! - disse Heilig - vuoi dire quelle puttanelle.
S, si pu sempre andare con le puttanelle. Ma questa
 un'altra faccenda. Puoi andare con le puttanelle
e forse ti puoi anche fare attaccare... qualche
piccola malattia. Ma questo va ancora bene. Vedi,
mio caro amico - e qui la faccia gli si aggrott in
un'espressione maliziosa e cominci a parlare in
quel tono di esagerata e affettata raffinatezza che caratterizzava
alcune delle sue dichiarazioni pi feroci
- adesso ti dir una cosa. Sotto il Dritte Reich siamo
tutti cos contenti, tutto  cos bello e sano da essere
perfettamente, maledettamente terribile - sogghign
-. Possiamo andare con le puttanelle del
Kurfrstendamm. Ti portano a casa loro, o vengono da te.
S - disse con calore, annuendo - loro vengono da
te, dove abiti... in camera tua. Ma non puoi avere
una ragazza. Se hai una ragazza la devi sposare e...
posso dirtelo? - aggiunse con sincerit - Io non
posso sposarmi. Non guadagno abbastanza soldi.
Sarebbe praticamente impossibile! - disse con fermezza
- E posso dirti questo? - continu passeggiando
nervosamente su e gi aspirando rapidamente
la sigaretta - Se hai una ragazza, allora devi
avere due stanze. E anche questo  praticamente impossibile!
Non ho abbastanza soldi per permettermi
due stanze.
Intendi dire che se vivi con una ragazza la legge
ti obbliga ad avere due stanze?.
S, questa  la legge - disse Heilig calmo, annuendo
con quell'aria di irrevocabilit con la quale i
tedeschi enunciano un'usanza assodata - Devi. Se
vivi con una ragazza lei deve avere una stanza. Allora
puoi dire - prosegu con seriet - che dividete
un appartamento. Lei pu avere una stanza vicina
alla tua, ma tu puoi dire che lei non  la tua ragazza.
Puoi dormirci assieme tutte le notti, al tuo maledetto
piacere. Allora, vedi, tu sei a posto. Non faresti
una cosa contraria al partito... Gott! - esclam, e,
sollevando il volto malizioso pesantemente raggrinzito,
rise un'altra volta -  tutto cos terribile!.
Franz, e se scoprono che vivi con lei in una sola
stanza?.
Be' - disse calmo - posso dirti che lei se ne deve
andare. Poi, stancamente, a mo' di conclusione,
con tono di amara indifferenza: Non ha importanza. Non mi
importa. Non faccio attenzione a
quella gente stupida. Ho il mio lavoro, ho la mia ragazza.
Quando finisco il mio lavoro torno a casa
nella mia stanzetta. L c' la mia ragazza e quel cagnolino
- disse, e il volto ancora una volta gli si illumin
di gioia -. Quel cagnolino... posso dirti una
cosa...? Quel cagnolino... Pooki... quel piccolo terrier
scozzese che tu conosci... ho cominciato ad
amarlo molto.  davvero molto carino - disse Heilig
con calore -. All'inizio, quando lo abbiamo preso, lo
odiavo. La mia ragazza lo vide e si innamor subito
di quell'animaletto - disse Heilig Disse che lo
avrebbe dovuto avere... che avrei dovuto comprarglielo.
Be' - disse Heilig scuotendo la cenere della
sigaretta e camminando su e gi per la stanza - io le
dissi che non avrei voluto quella dannata bestiola
per la casa. Per dimostrare l'enfasi della sua intenzione
quasi url quelle parole. Be', la ragazza si
mise a piangere. Non faceva che parlare di quel cagnolino.
Diceva che lo doveva avere, che altrimenti
ne sarebbe morta. Gotti - esclam ancora allegramente,
e poi ridendo - Era davvero terribile. Per me
non c'era pi pace. Tornavo a casa la sera e subito
lei si metteva a piangere e a dire che sarebbe morta
se non le avessi comprato quel cagnolino. Cos alla
fine dissi "Va bene, facciamo come vuoi. Comprer
quell'animaletto" - disse quasi con rabbia... - "solo,
per l'amor di Dio, smettila di piangere". Cos, dunque
- disse Heilig in tono malizioso - andai a comprare
quel cagnolino e lo osservai. Qui il tono di
voce si fece allegro e gli occhi gli si socchiusero in
uno sforzo enorme di esagerazione comica, il piccolo
viso si aggrott in una smorfia e digrign i
denti giallastri, ringhiando leggermente e allegramente
Guardai quel cagnolino e dissi: "Va bene,
tu... tuuuu... maledetto animalino... tuuuu orribile,
maledetta bestiolina, ti porter a casa mia... ma
tuuuu, dannata bestiola - e qui scosse un pugno
verso un cane immaginario con comica severit - se
fai qualcosa che non mi piace... se combini qualche
maledetto guaio in casa mia ti dar da mangiare
qualcosa che non ti piacer... Ma poi - disse Heilig
- dopo che l'abbiamo preso ho cominciato a volergli
molto bene.  davvero carino, davvero. Qualche
volta, quando torno la sera e tutto  andato storto e
c' stata tanta di quella gente terribile, lui viene vicino
a me e mi guarda. Vorrebbe parlarmi. Vorrebbe
dirmi che sa che sono infelice. E che la vita 
davvero dura. Ma che lui mi  amico. S,  davvero
molto carino. Mi piace molto.
Durante quella conversazione era entrato il facchino,
che rimaneva in attesa di ordini. Domand a
George se nel baule di pelle c'era tutto. George si
inginocchi per dare un'occhiata finale sotto al
letto. Il facchino apr sportelli e cassetti. Anche Heilig
sbirci all'interno del grande armadio e, trovandolo
vuoto, si volse verso George con la sua caratteristica
espressione di sorpresa e disse:
Bene, dunque, posso dirti di pensare che c'
tutto.
Soddisfatto di questo risultato, il facchino chiuse
il pesante baule, ne serr i lucchetti e ne strinse le
cinghie, mentre Heilig aiutava George a inserire i
manoscritti, le lettere e i pochi libri nella vecchia
cartella. Poi George la chiuse e dette anche quella al
facchino. Questi port via il bagaglio e disse che li
avrebbe aspettati di sotto.
George guard l'orologio e si accorse che alla
partenza del treno mancavano tre quarti d'ora. Domand
a Heilig se preferisse andare subito alla stazione
o aspettare in albergo.
Possiamo aspettare qui - disse Heilig Penso
che sia meglio. Anche se aspetti ancora una mezz'ora
sarai ancora a tempo.
Offr a George una sigaretta e gliela accese con un
fiammifero. Poi si sederono, George al tavolo ed
Heilig sul divano addossato alla parete. Per un paio
di minuti fumarono in silenzio.
Bene, dunque - disse Heilig calmo - questa volta
siamo agli addii... questa volta te ne vai davvero....
S, Franz. Questa volta devo andarmene. Ho gi
mancato due navi. Non posso perderne un'altra.
Continuarono a fumare in silenzio un altro po' e
poi all'improvviso, con seriet, con ansia, Heilig
disse:
Bene, dunque, posso dirti una cosa? Mi dispiace.
Anche a me, Franz.
Continuarono a fumare in un silenzio turbato,
preoccupato.
Certo, tornerai, disse all'improvviso Heilig.
Poi, con decisione: Devi tornare, certo. Ci fa piacere
averti qui. Un'altra pausa, poi, con semplicit
e lentamente: Sai, noi ti amiamo.
George ne fu troppo commosso per dire qualcosa
e Heilig, osservatolo un attimo con apprensione,
continu:
E a te piace stare qui? E noi ti piacciamo? S! -
esclam con enfasi rispondendo alla sua stessa domanda
- Certo che ti piacciamo!.
Certo, Franz.
Quindi devi tornare - disse a bassa voce -. Sarebbe
terribile se non lo facessi. Guard di nuovo
George con aria interrogativa, ma George non disse
niente. Heilig disse rapidamente: E io... spero che
ci incontreremo ancora.
Lo spero anch'io, Franz. Poi, cercando di scacciare
la tristezza che era caduta loro addosso,
George continu con quanta allegria poteva e
dando voce pi ai suoi desideri che a ci che credeva:
Certo che ci rivedremo. Torner, un giorno o
l'altro, e ci ritroveremo seduti a parlare cos come
facciamo adesso.
Heilig non rispose subito. La sua faccina si contorse
in quell'aspetto di umore amaro e malinconico
che George aveva visto cos spesso. Si tolse rapidamente
gli occhiali, li pul, si strofin gli occhi deboli
e stanchi e si rimise gli occhiali.
Lo credi?, disse sorridendo con il suo sorriso
pungente e amaro.
Ne sono sicuro - disse George con decisione, e
per un momento quasi vi cred. Tu, io e tutti i nostri
amici... ci siederemo a bere, staremo svegli tutta
la notte, balleremo attorno agli alberi e andremo da
Aenna Maentz alle tre del mattino a mangiare la
zuppa di pollo: tutto sar lo stesso.
Bene, dunque, spero che tu abbia ragione. Ma io
non ne sono sicuro - disse Heilig abbassando la
voce -. Io potrei non esserci.
Tu? - disse George in tono di derisione - Ma di
cosa parli? Lo sai, non potresti essere felice da nessun'altra
parte. Hai il tuo lavoro,  quello che hai
sempre voluto fare e alla fine sei arrivato dove hai
sempre desiderato arrivare. Il tuo futuro  tracciato
chiaramente di fronte a te... c' solo da aspettare
finch i tuoi superiori muoiano o si mettano in pensione.
Tu rimarrai sempre qui!.
Non ne sono sicuro, disse. Aspir la sigaretta e
poi continu, con una certa esitazione: Vedi... ci
sono questi pazzi... quella gente stupida!. Pos
con rabbia la sigaretta sul portacenere e, con la faccia
trasformata in un amaro sorriso di orgoglio
sprezzante, straziato, grid con rabbia: Io... per
me... a me non importa. Non mi preoccupo per me
stesso. Per adesso ho la mia piccola vita... il mio lavoretto...
la mia ragazzina... la mia stanzetta.
Quella gente... quei pazzi! - esclam - Non li considero
neppure. Non li vedo. Non mi danno fastidio
- e a quel punto la sua faccia era diventata una maschera
grottesca -. Se mi buttano fuori... bene, dunque
posso dirti che non me ne importa! Ci sono altri
lavori! - esclam - Posso andare in Inghilterra, in
Svezia. Se mi tolgono il lavoro, la mia ragazza -
grid sprezzantemente e agitando le mani con impazienza
- posso dirti che non mi importa. Andr
avanti. E se quei pazzi... quella gente stupida...
prender la mia vita... non credo che sar poi una
cosa cos terribile. Ci credi? S?.
S invece, credo che sarebbe terribile, Franz. A
me non piacerebbe morire.
Be' - disse Heilig, pi calmo -, per te  diverso.
Sei americano. Da noi non  lo stesso. A Monaco e a
Vienna ho visto fucilare della gente... non credo che
sarebbe cos male. Si volt e guard in faccia
George con aria interrogativa. No, non sarebbe
cos terribile, disse.
Oh, diavolo, stai parlando come un idiota -
disse George -. Nessuno ti fuciler. Nessuno ti porter
via il lavoro o la ragazza. Davvero, il tuo lavoro
 al sicuro. Non ha niente a che vedere con la politica.
E non troveranno mai un bibliotecario come te.
Non possono fare a meno di te.
Heilig sollev le spalle in modo indifferente, cinico.
Non so - disse -. Io... io credo che possano
fare a meno di tutti, se devono. E forse lo devono
fare.
Devono? Cosa intendi dire con questo, Franz?.
Per un attimo Heilig non rispose. Poi improvvisamente
disse: Adesso credo di doverti dire una cosa.
Nel corso dell'ultimo anno, qui, quei pazzi sono diventati
terribili. Tutti gli ebrei sono stati licenziati
dal lavoro, non possono fare pi niente. Arriva
quella gente... gente stupida in uniforme - disse con
disprezzo - e dicono che tutti dovrebbero essere
ariani... quelle stupende persone alte due metri e
dagli occhi azzurri che provengono da una famiglia
ariana sino dal 1820. Se uno ha alle spalle un piccolo
ebreo... questo  un peccato - disse in tono di
scherno -. Quell'uomo non pu pi lavorare... non
rientra pi nello spirito tedesco.  tutto molto stupido.
Fum in silenzio per qualche momento, poi
continu: Nell'ultimo anno questi grandi pazzi mi
hanno avvicinato. Hanno voluto sapere chi sono, da
dove vengo... come sono nato. Mi hanno detto che
devo provare che sono ariano. Altrimenti non posso
pi lavorare alla biblioteca.
Ma, Dio mio, Franz! - esclam George guardandolo
negli occhi con stupore - Non stai cercando di
dirmi... ma tu non sei ebreo - disse -. Lo sei?.
Oh, Gott, no! - esclam Heilig con un urlo di
disperazione - Amico mio, sono maledettamente,
terribilmente tedesco.
Be', allora - domand George, confuso - qual 
il problema? Perch dovrebbero nuocerti? Perch
dovresti preoccuparti se sei tedesco?.
Heilig rimase in silenzio qualche istante e
l'espressione sarcastica e dolorosa del suo piccolo
volto grinzoso si aggrav visibilmente, prima che
ricominciasse a parlare.
Mio caro George - disse alla fine - adesso ti
devo dire una cosa. Sono totalmente tedesco,  vero.
Solo che la mia povera, cara mamma... l'amo molto,
certo... ma, Gott! - rise a bocca chiusa e con una
sorta di amara gaiezza in volto - Gott! E una tale
sciocca! Quella povera donna - disse con un leggero
disprezzo - amava molto mio padre... lo amava
tanto, infatti, da non porsi il problema di sposarlo.
Cos questa gente  venuta da me e mi ha fatto tutte
quelle domande: e mi hanno chiesto "Dov' tuo padre?",
e ovviamente io non gli ho potuto rispondere.
Perch purtroppo, caro vecchio amico, io sono un
bastardo. Gott! - esclam ancora una volta e, gli occhi
ridotti a due fessure, rise amaramente da un angolo
della bocca -  tutto cos terribile... cos stupido...
e cos orribilmente buffo!.
Ma, Franz! Certamente saprai chi  tuo padre...
saprai come si chiama.
Gott, certamente! - esclam -  questo che
rende la cosa tanto buffa.
Vuoi dire dunque che lo conosci...  vivo?.
Ma certo - disse Heilig -. Abita a Berlino.
Lo hai mai visto?.
Ma certo - ripet -. Lo vedo ogni settimana.
Siamo abbastanza buoni amici.
Ma allora... non capisco quale sia il problema...
a meno che non ti possano togliere il lavoro perch
sei bastardo.  imbarazzante, certo, sia per tuo padre
che per te... ma a loro non puoi dirglielo? Non
glielo puoi spiegare? E tuo padre non ti aiuterebbe?.
Sono sicuro che lo farebbe - disse Heilig - se gli
parlassi di questa faccenda. Solo che non posso dirglielo.
Vedi - continu, calmo - mio padre e io
siamo abbastanza amici. Non parliamo mai di questa
cosa... di come ha conosciuto mia madre. E
adesso io non voglio chiederglielo... non voglio parlargli
di questo problema... non voglio che mi
aiuti... perch sembrerebbe che io me ne approfittassi.
Questo potrebbe rovinare tutto.
Ma tuo padre...  una persona conosciuta, qui?
Pu darsi che quella gente conosca il suo nome, se
tu glielo dicessi.
Oh, Gott, s! - esclam Heilig allegramente e tirando
su col naso con amara allegria -  questo che
rende tutto cos terribile... cos atrocemente divertente.
Loro riconoscerebbero il suo nome immediatamente.
Forse diranno che sono un ebreuccio e mi
butteranno fuori perch non sono ariano... e mio
padre - Heilig sembr non trovare le parole e, tirando
su col naso e incurvandosi leggermente come
conseguenza della sua amara allegria - mio padre 
un cittadino tedesco leale... un grande nazista...
una persona importantissima nel partito!.
Per un attimo George osserv l'amico... il cui
nome, per ironia, significava il santo'... e non riusc
a rispondere. Quella strana e commovente rivelazione
della sua storia spiegava tanto di lui... la crescente
amarezza e il disprezzo verso tutti e verso
tutto, il sentimento di logorante disgusto e di rassegnazione,
il freddo livore del suo umore e quel sorriso
che spesso gli faceva aggrottare il volto. Il vederlo
l seduto, fragile, piccolo e raffinato, sorridente
del suo sorriso ironico, rendeva chiaro l'intero
corso della sua vita. Era stato un bambino delicato,
sensibile, affettuoso, incredibilmente intelligente.
Era stato un agnellino tosato buttato fuori al gelo ad
affrontare i colpi del vento e a soffrire la miseria e la
solitudine. Era stato ferito crudelmente. Era stato
corrotto e sviato. Era stato condotto a questo, eppure
aveva mantenuto una sorta di amara integrit.
Mi spiace cos tanto, Franz - disse George -. Mi
dispiace terribilmente. Non lo sapevo.
Bene, dunque - disse Heilig con indifferenza -.
Posso dirti che non mi interessa? Davvero non mi
importa. Sorrise con quel sorriso torturato, aspirando
la sigaretta tra le labbra semiserrate, scuotendone
la cenere e cambiando posizione. Cercher di
fare qualcosa. Ingagger uno di quegli ometti...
quella gente terribile... come si dice?... avvocati!...
Oh, Gott, ma  gente terribile! - esclam con allegria
- Ne sto pagando uno per costruire delle bugie
su di me. Quell'ometto con le sue carte... cercher
dappertutto per scoprire padri, madri, sorelle, fratelli...
tutto ci di cui ho bisogno. Se non ce la far,
se non gli crederanno... be', allora dovr perdere il
lavoro. Ma non ha importanza. Qualcosa far. Andr
da un'altra parte. In qualche modo me la caver.
L'ho gi fatto, e non  stato poi cos terribile....
Ma quella gente pazza... quella gente terribile!
- disse con profondo disgusto - Un giorno o
l'altro, mio caro George, dovresti scrivere un libro
amaro. Devi dire a tutti quanto sia terribile quella
gente. Io... io non ho talento. Non posso scrivere
un libro. Non posso fare altro che considerare
quello che scrivono gli altri e riconoscere se  un
buon libro. Ma tu devi dire a questa gente terribile
come sono... Ho una piccola fantasia - continu
con un'espressione di maliziosa soddisfazione
quando mi sento gi... quando vedo tutta quella
gente terribile passeggiare su e gi per il Kurfstendamm
o seduta ai tavolini a cacciarsi il cibo in
bocca... allora mi immagino di avere un piccolo mitra.
Cos che prendo quel piccolo mitra e me ne
vado su e gi, e quando vedo qualcuno di quella
gente terribile, comincio a... tra, tra, tra!. Pronunciando
quelle parole in un tono rapido, fanciullesco,
prese la mira con le mani e pieg rapidamente l'indice
a uncino. Oh, Gott! - esclam con un'espressione
estatica - Mi piacerebbe tanto poter andare a
giro con quel piccolo mitra e usarlo su quei pazzi
stupidi! Ma non lo posso fare. Quel mitra  solo
nella mia fantasia. Per te  diverso. Tu hai un mitra
che puoi usare davvero. E lo devi usare - disse con
seriet -. Un giorno lo devi scrivere questo libro
amaro e devi dire a questi pazzi cosa sono davvero.
Solo - aggiunse immediatamente, voltandosi con
espressione ansiosa verso George - non lo devi fare
ancora. O, se lo fai, in quel libro non devi dire cose
che qui facciano arrabbiare quella gente contro di
te.
Che genere di cose intendi dire, Franz?.
Certe cose... - disse Heilig abbassando la voce e
gettando un'occhiata furtiva verso la porta - sulla
politica... sul partito. Questo li metterebbe contro
di te. Sarebbe piuttosto terribile se tu lo facessi.
Perch sarebbe terribile?.
Perch - disse - tu qui hai un grande nome.
Non voglio dire tra quei pazzi, quella gente stupida,
ma tra la gente che ancora legge dei libri. Posso dirti
- disse con seriet - che il tuo nome qui  il pi famoso
tra gli scrittori stranieri. Se dovessi guastarlo,
adesso... se tu scrivessi qualcosa che a loro non
piace... sarebbe un peccato. La Reichschriftskammer
proibirebbe i tuoi libri... direbbe che non possiamo
pi leggerti... e noi non potremmo pi comprare i
tuoi libri. E questo sarebbe un peccato. Qui noi ti
amiamo tanto... intendo la gente che capisce e che
ti conosce molto bene. Loro capiscono cosa pensi di
queste cose. E io posso dirti che le traduzioni sono
meravigliose. La persona che le fa  un poeta, e ti
ama... lui entra nel tuo mondo, nei tuoi sentimenti,
nelle tue immagini... e nel ritmo della tua scrittura.
E la gente trova che sia meraviglioso. Non riesce a
credere di leggere una traduzione. Dicono che quel
libro dev'essere stato scritto in tedesco fin dall'inizio.
E, oh, Gott! - esclam allegramente ancora una
volta - ti chiamano... "l'Omero americano", "lo scrittore
epico americano". Ti amano e ti capiscono moltissimo.
La tua scrittura  cos succosa, cos completa
e cos ricca di sangue. La tua sensibilit 
uguale alla nostra sensibilit. Oggi per tanta gente
sei il nome pi grande tra tutti gli scrittori del
mondo.
Questo  molto di pi di quanto mi succede in
patria, Franz.
Lo so. Ma ho notato che in America cullano tutti
per un anno... e poi ci sputano sopra. Qui hai questo
grande nome tra tanta gente - disse con calore -
e sarebbe cos terribile... sarebbe cos un gran peccato...
se tu adesso lo guastassi. Non lo farai,
vero?, disse, e ancora una volta guard George negli
occhi con espressione ansiosa, seria.
George guard il vuoto e non rispose subito; poi
disse:
Uno deve scrivere quello che deve. Uno deve
fare ci che deve fare.
Quindi vuoi dire che se pensi che dovresti dire
certe cose... sulla politica... su questa gente stupida...
su....
Sulla vita? - disse George - Sulla gente?.
Lo diresti?.
S, lo direi.
Anche se questo ti nuocesse? Anche se questo ti
danneggiasse qui? Anche se noi non potessimo pi
leggere quello che scrivi?. Con il piccolo volto fisso
con seriet su George attese con ansia la risposta.
S, Franz, anche se accadesse questo.
Heilig rimase un attimo in silenzio, poi, con non
celata esitazione, disse:
Anche se tu scrivessi qualcosa... e loro dicessero
che non potrai tornare mai pi qui?.
Anche George a quel punto rimase in silenzio.
C'erano molte cose da considerare. Ma infine disse:
S, anche se mi dicessero questo.
Heilig si irrigid con un improvviso moto di rabbia
e di impazienza. Allora ti dir una cosa - disse
con durezza -. Sei un gran pazzo. Si alz, gett via
la sigaretta e si dette a passeggiare su e gi per la
stanza. Perch danneggiare te stesso? - esclam -
Perch dovresti metterti a scrivere delle cose che farebbero
s che tu non potresti tornare? Ti piace cos
tanto stare qui!, esclam. Poi si volt bruscamente,
nervoso, e disse: Ti piace, certo....
S... pi che qualsiasi altro posto della terra.
E anche noi! - esclam Heilig camminando su e
gi per la stanza - Anche noi ti amiamo molto. Per
noi non sei uno straniero, George. Vedo la gente che
ti guarda quando sei per strada, e la gente ti sorride.
C' qualcosa di te che la gente ama. Quelle ragazzine
del negozio dove siamo stati a comprare le camicie
per te... tutte domandavano "Chi ?", tutte volevano
sapere qualcosa di te. Hanno tenuto aperto il
negozio due ore in pi, fino alle nove della sera, per
farti trovare pronte le camicie. Anche se tu parli
quel po' di tedesco che parli la gente ti ama. I camerieri,
nei ristoranti, vengono subito da te e per te
fanno le cose prima che per ogni altro, e non perch
vogliano una mancia da te. Qui sei a casa tua. Tutti
ti capiscono. Hai un nome cos famoso... per noi sei
un grande scrittore. E per un po' di politica - disse
con amarezza -, perch ci sono dei pazzi stupidi
adesso vuoi sciupare tutto.
George non rispose. Cos Heilig, continuando a
camminare febbrilmente in su e in gi, continu:
Perch dovresti farlo? Tu non sei un politico.
Non sei un propagandista di partito. Tu non sei uno
di quei maledetti comunistelli da salotto di New
York. Sput quelle parole con rabbia, gli occhi
chiari ridotti a due fessure. Adesso posso dirti una
cosa?. Si arrest all'improvviso guardando fisso
George. Odio quella maledetta gentaccia... quegli
esteti... quegli omuncoli da propaganda letteraria.
Aggrottando il volto in un'espressione di sdegno
evidente, avanzando con due dita pressate assieme
in aria di fronte a lui e osservandole di traverso con i
suoi occhi dalle palpebre pesanti, finse di tossicchiare
Hm, hm!, poi, in tono di affettata parodia,
cit da un articolo che aveva letto: Se cos posso
dire, la trasparenza del Darstellung nell'opera di
Webber... Hm, hm - tossicchi ancora - quel maledetto
pazzerello che ha scritto questo articolo su di
te nel "Die Dame"... quel dannato piccolo esteta con
quelle sue frasi sulla "trasparenza" del Darstellung...
Posso dirti una cosa? - esclam con violenza - Su
quella maledetta gente ci sputo! Sono gli stessi dappertutto.
Li trovi a Londra, a Parigi, a Vienna. Sono
gi abbastanza terribili in Europa... ma in America!
- esclam, la faccia illuminata da maliziosa allegria -
Oh, Gott! Se posso dirti... sono assolutamente terribili!
Ma da dove li prendete? Anche gli esteti europei
dicono "Gott!", quella gente maledetta, quella
gente terribile, quei dannati esteti... oh, sono
troppo terribili!.
Stai parlando ancora dei comunisti? Hai cominciato
con loro, lo sai....
Be' - disse freddo e bruscamente con l'arrogante
rigetto che in lui diveniva sempre pi caratteristico
- non ha importanza. Non ha importanza come si
chiamano tra di loro. Sono tutti uguali. Sono quella
piccola gente dell'espressionismo, del surrealismo,
Kommunismus... ma si potrebbero chiamare tra di
loro con qualsiasi nome, tutto, perch non sono
niente. E posso dirti che li odio. Sono cos stanco di
tutta quella gente fuori dal tempo - disse voltando
la faccia con un'espressione di stanchezza e di disgusto
-. Non ha importanza. Non importa quello
che dicono. Perch non sono niente.
Quindi, Franz, tu pensi che l'intero comunismo
sia cos... che tutti i comunisti siano soltanto un
gruppo di impostori da salotto?.
Oh, die Kommunisten... - disse stancamente
Heilig - Non penso che siano tutti impostori. E il
Kommunismum... - sollev le spalle - Be', dunque,
penso che sia una cosa molto buona. Penso che
prima o poi il mondo possa vivere cos... Solo, non
credo che io e te arriveremo a vedere quel giorno. 
un sogno troppo grande. E queste cose non sono
fatte per te. Tu non sei uno di quei piccoli uomini-
propaganda del partito... sei uno scrittore. Il tuo
dovere  guardarti attorno e scrivere sul mondo e
sulla gente cos come li vedi. Non  compito tuo
scrivere discorsi di propaganda e poi chiamarli libri.
 assolutamente impossibile.
Ma supponi che scriva sul mondo e sulla gente
cos come li vedo e che mi trovi in conflitto con il
partito nazista... cosa succederebbe?.
Allora - disse con asprezza - saresti un grande
stupido. Tu puoi scrivere tutto ci che hai bisogno di
scrivere senza che quella gente del partito ti nuoccia.
Non c' bisogno che tu li menzioni. E se li menzioni
e non dici cose buone, allora nessuno qui ti potrebbe
pi leggere, e tu non potresti pi tornare qui. E perch
dovresti farlo? Se tu fossi un semplice uomo di
propaganda a New York allora potresti dire quelle
cose, e questo non importerebbe. Perch loro possono
dire tutto quello che vogliono... ma loro non
sanno niente di noi, e questo non gli costa niente.
Ma tu... tu avresti molto da perdere.
Heilig passeggi su e gi in silenzio aspirando febbrilmente
la sigaretta, poi all'improvviso si volt e
domand, battagliero:
Pensi che di questi tempi qui le cose vadano
male? Cos come vanno le cose con il partito e quella
gente stupida? Pensi che sarebbe meglio se ci fosse
un altro partito, come in America? Allora - disse
senza attendere una risposta - penso che tu sia in errore.
Certo, qui vanno male, ma credo che per te non
andrebbero meglio. Quei maledetti pazzi... li troverai
dappertutto. Sono come te stesso, ma in modo diverso.
Guard George con espressione sincera e interrogativa.
Pensi di essere libero in America,
vero?. Scosse la testa e prosegu: Io non lo credo. I
soli a essere liberi sono questa gente terribile. Qui
sono liberi di dirti cosa dovresti leggere, cosa dovresti
credere, e penso che in America sia lo stesso. Devi
pensare e sentire al loro stesso modo... devi dire le
cose che vogliono che tu dica... o altrimenti ti ammazzano.
La sola differenza  che loro hanno il potere
di farlo. In America non l'hanno ancora, ma
aspetta... l'avranno. Noi tedeschi gli abbiamo insegnato
la strada. E poi tu saresti pi libero qui che a
New York perch tu qui hai un nome migliore,
credo, che in America. Qui ti ammirano. Qui sei
americano e potresti persino scrivere e dire cose che
nessun tedesco potrebbe, finch non dirai niente
contro il partito. Pensi che potresti fare lo stesso a
New York?.
Continu a camminare in silenzio per un lungo
momento, poi si ferm a guardare George con
sguardo interrogativo. Alla fine rispose lui stesso alla
propria domanda:
No, non potresti. Quella gente, qui... dicono di
essere nazisti. Credo che siano pi onesti. A New
York si chiamano con qualche bel nome. Sono i comunisti
da salotto. Sono le Figlie della Rivoluzione.
Sono l'American Legion. Sono gli uomini d'affari, le
camere di commercio. Sono una cosa e l'altra, ma
sono tutti uguali, e credo che anche loro siano nazisti.
Troverai quella maledetta gente dappertutto. Non 
fatta per te. Tu non sei un uomo di propaganda.
Ci fu ancora un silenzio. Heilig continu a camminare
in attesa che George dicesse qualcosa; poich
non rispondeva, Heilig non si ferm. E con le
sue parole rivel una profondit di cinismo e di indifferenza
molto superiore a quella che George potesse
avere mai sospettato e di cui non avrebbe creduto
capace l'animo sensibile di Heilig.
Se adesso scrivi qualcosa contro i nazisti - disse
Heilig - farai un favore agli ebrei, ma non potrai pi
tornare in Germania, e questo per noi sarebbe abbastanza
terribile. E posso dirti una cosa? - esclam
improvvisamente, con durezza, guardando fisso
George - A me non piacciono questi maledetti ebrei
pi di quanto mi piaccia l'altra gente. Sono malvagi
allo stesso modo. Quando per loro tutto andava
bene dicevano: "Noi sputiamo su di voi e il vostro
maledetto paese perch noi siamo magnifici". E
adesso che per loro le cose vanno male si trasformano
in quei piccoli ebreucci che piagnucolano, si
tormentano le mani e dicono: "Noi siamo solo dei
poveri ebrei oppressi, e guardate cosa ci fanno!". E
posso dirti - esclam con durezza - che non me ne
importa. Non credo che importi molto. Penso che
ci che quella maledetta gente fa agli ebrei sia stupido.
.. ma non mi importa. Non ha importanza. Ho
visto quegli ebrei quando erano in alto, pieni di potere,
ed erano davvero terribili. Pensavano solo a se
stessi. Sputavano addosso al resto di noi... Cos,
non ha nessuna importanza - ripet con durezza-.
Sono malvagi come tutti gli altri, quei grossi, grassi
ebrei. Se avessi il mio piccolo mitra sparerei anche a
loro. La sola cosa che mi interessa  ci che faranno
quei maledetti pazzi alla Germania... alla gente.
Guard George con ansia e disse: Tu ami ancora la
gente, George?.
Enormemente, disse George quasi in un sussurro,
e fu assalito da una grande, schiacciante tristezza
- per la Germania, per la gente e per il suo
amico - da non poter proseguire. Heilig comprese
tutti i motivi di quel tono sussurrato di George. Lo
guard fisso. Poi sospir profondamente e la sua
amarezza si spense.
S - disse, calmo - lo devi, certo. Poi aggiunse
mitemente: La gente  davvero buona. E fatta di
grandi pazzi, certo, ma non  cos male.
Rimase un momento in silenzio. Pos la sigaretta
sul posacenere, sospir ancora e poi disse, con una
certa tristezza:
Bene, dunque, devi fare quello che devi fare. Ma
sei un gran pazzo. Guard l'orologio e pos una
mano sul braccio di George. Forza, vecchio amico
mio. Adesso  tempo di muoversi.
George si alz e per un attimo rimasero in piedi a
guardarsi, poi si strinsero la mano.
Addio, Franz, disse George.
Addio, caro George - disse sommessamente
Heilig Ci mancherai moltissimo.
Anche voi mi mancherete, rispose George. Poi
uscirono.

 Capitolo 3.
L'ULTIMO ADDIO.

Quando arrivarono al piano terreno il conto era
gi preparato, e George lo pag. Non c'era motivo
di controllarlo perch nei conti precedenti non c'era
mai stato un imbroglio o un errore. George distribu
delle mance al capo della reception, un grigio, massiccio,
austero ed efficiente prussiano, e al capo cameriere.
Dette un marco al sorridente ragazzo
dell'ascensore, che sbatt i tacchi e salut. Poi gett
uno sguardo finale allo scolorito, brutto ma curiosamente
gradevole arredamento del piccolo foyer, salut
ancora una volta e scese rapidamente le scale
che portavano sulla strada.
Il facchino c'era gi. I bagagli erano sul marciapiede.
Il taxi era appena arrivato e il facchino li
stava caricando. George gli dette una mancia e gli
strinse la mano. Dette una mancia anche all'enorme
portiere, un tipo sorridente, semplice e amichevole
che gli aveva sempre battuto una mano sulle spalle
quando George entrava o usciva. Poi sal sul taxi, si
sed accanto a Heilig e dette l'indirizzo al tassista...
Bahnhof Am Zoo. Il taxi sterz e si avvi sul lato opposto
del Kurfrstendamm, volt entrando nella
Joachimtalenstrasse e tre minuti dopo si ferm dinanzi
alla stazione. C'era ancora qualche minuto da
attendere prima che il treno, che proveniva dalla
Friedrichstrasse, arrivasse. Consegnarono i bagagli a
un facchino, che disse di attenderlo al binario. Poi
Heilig tir fuori una moneta e la infil nella macchinetta
che distribuiva i biglietti per accedere ai binari.
Passarono dinanzi al controllore e salirono le
scale.
Al binario una grande folla di viaggiatori era gi
in attesa. Un treno stava partendo in direzione
ovest, verso Hannover e Brema. Vi sal un numero
considerevole di persone. Sugli altri binari, i lucidi
treni della Stadtbahn si muovevano in entrambe le
direzioni. I loro vagoni lucenti... marrone scuro,
rosso e giallo dorato... che scorrevano da est a ovest,
da ovest a est e verso tutti i quartieri della cerchia
urbana, erano completamente stipati di lavoratori.
George guard i binari nella direzione dalla quale
sarebbe arrivato il suo treno e vide i semafori, il sottile
disegno delle rotaie, i tetti delle case e la massa
verde del Giardino Zoologico. I treni della Stadtbahn
scivolavano velocemente dentro e fuori la stazione
quasi senza fare rumore e scaricando fiumi di
persone che si affrettavano e imbarcandone altrettante.
Tutto questo era cos familiare, cos piacevole
e cos carico di atmosfera mattutina... Gli sembrava
di conoscere tutto questo da tanto tempo e si sent
come si sentiva sempre quando lasciava una citt...
un senso di dispiacere e di rammarico, di commovente
mancanza di realizzazione, il sentimento che l
ci fosse della gente che avrebbe potuto conoscere,
amicizie che avrebbe potuto farsi, e che tutto questo
oramai si perdesse, svanisse, sfuggisse alla sua presa
via via che si avvicinava l'inesorabile momento della
partenza.
Pi oltre, lungo il binario, sferragliava il sollevatore
dei bagagli e i facchini trascinavano sul binario
carrelli carichi di grandi pile di bagagli. All'improvviso
George vide il suo facchino avvicinarsi con il
carrello e tra le valigie e i bauli che lo stipavano riconobbe
i suoi bagagli. Il facchino gli fece un cenno
indicandogli a che punto del binario avrebbe dovuto
attendere.
In quello stesso momento si volse e vide Else che
avanzava verso di lui sulla banchina. Camminava
lentamente, con il suo passo lungo e ritmico. Al suo
passaggio la gente la seguiva con lo sguardo. Indossava
una giacca di tweed grezzo di un tessuto leggero,
ruvido, e una gonna della stessa stoffa. Tutto
in lei aveva un tocco di stile incomparabile. Avrebbe
potuto indossare qualsiasi altra cosa con lo stesso risultato.
La sua alta figura era stupenda, una strana e
toccante combinazione di delicatezza e di forza.
Portava sotto braccio un libro che, arrivando, consegn
a George. Questi le prese le mani, che per
una donna cos alta erano incredibilmente amabili e
sensibili, lunghe, bianche e affilate come quelle di
una fanciulla, notando che erano fredde e che le dita
tremavano.
Else, hai gi conosciuto Herr Heilig, vero?
Franz, ricordi Frau von Kohler?.
Else si volt e squadr Heilig con freddezza e severit.
Heilig le rispose con uno sguardo altrettanto
spietato e ostile. C'era una pesantezza formidabile in
quel mutuo sospetto, evidente quando incrociarono
lo sguardo. George aveva osservato molte volte lo
stesso fenomeno al momento di un incontro tra tedeschi,
sia che si trattasse di perfetti sconosciuti o di
persone che si conoscessero gi abbastanza bene.
Sollevavano istantaneamente le difese come se ciascuno
di loro non si fidasse dell'altro e richiedesse
ampie credenziali o rassicurazioni prima di cedere a
un qualche tradimento di amicizia e di fiducia.
George era oramai abituato a quel comportamento.
Eppure questo fatto, quando accadeva, non mancava
mai di allarmarlo. Non riusciva ad abituarvisi
n ad accettarlo come un fatto inevitabile della vita,
cos come tanti di quei tedeschi sembravano aver accettato,
perch non aveva mai notato in precedenza
quel fenomeno n nel suo paese n in alcun'altra
parte del mondo.
In pi, nel caso di quei due, l'usuale manifestazione
di sospetto era esaltata da una componente
aggiuntiva di profonda, istintiva avversione. Mentre
si studiavano a vicenda, tra loro balenava qualcosa
di freddo e duro come l'acciaio, di repentino e nudo
come una stoccata tagliente. Quei sentimenti di avversione
e di antagonismo furono comunicati in un
unico momento di silenzio; poi Else inclin leggermente
e inflessibilmente la testa e disse nel suo inglese
eccellente che difficilmente mostrava una traccia
di accento, e che rivelava il suo essere straniera
solo nel caso di una frase occasionale o nella precisione
superflua dell'enunciazione:
Penso che ci siamo conosciuti alla festa
di Grauschmidt in onore di George.
Credo di s, disse Heilig. Poi, dopo averla osservata
per un lungo momento con un'espressione
di ostilit truculenta, disse con freddezza:  il disegno
di Grauschmidt nel "Tageblatt"... non le  piaciuto,
vero?.
Il ritratto di George?, esclam Else in tono derisorio,
incredulo. All'improvviso il volto severo le si
illumin di un sorriso radioso. Rise sprezzantemente
e disse: Quel disegno del suo amico Grauschmidt...
intende quello che fa sembrare George un
magnifico e affascinante tenore di grazia?.
A lei quindi non  piaciuto..., disse Heilig,
freddo.
Ma... ja! - esclam Else - Come ritratto di uno
Zuckertenor... come disegno di Herr Grauschmidt,
nello stesso modo in cui  lui, il modo in cui vede e
sente...  praticamente perfetto! Ma George...!
Non sembra George quanto non lo sembra lei!.
Allora le devo dire una cosa - disse Heilig,
freddo e velenoso -. Credo che lei sia molto stupida.
Il disegno era eccellente... cos lo hanno giudicato
tutti. Lo stesso Grauschmidt ha detto che  uno dei
migliori che abbia mai fatto. A lui  piaciuto moltissimo.
Ma natrlich! - disse, ironica, Else, e rise ancora
una volta sprezzantemente - A Grauschmidt piacciono
tante cose. Prima di tutto gli piace se stesso.
Gli piace tutto quello che fa. E gli piace la musica di
Puccini - prosegu, rapida -. Canta l'Ave Maria.
Canta le canzoni lacrimevoli di Hilbach. Gli piacciono
le stanze buie con una luce rossa e i cuscini di
seta. E un romantico, e gli piace parlare dei suoi
sentimenti. Pensa... "Noi artisti...!".
Heilig era furioso. Se posso dirle una cosa...,
esord.
Ma Else a quel punto non era pi disposta ad
ascoltarlo. Fece rabbiosamente un piccolo passo
avanti, poi si volt con sulle guance due macchie di
un colore deciso: Al suo amico Herr Grauschmidt
- continu - piace parlare di arte. Dice: "Questa orchestra
 magnifica!", ma non ascolta mai la musica.
Va a vedere Shakespeare e dice: "Mayer  un attore
eccellente". Lui....
Se posso dirle una cosa..., tent Heilig.
Gli piacciono le ragazzine con i tacchi alti -
sbuff Else -. Quando si rade si mette una retina sui
capelli. Ovviamente ha unghie curate. Ha una collezione
di fotografie... di se stesso e di altra gente importante!.
E sbuffando, ma trionfante, si volt e si
allontan di qualche passo per calmarsi.
Questa maledetta gente! - disse Heilig digrignando
i denti - Oh, Gott, ma  gente terribile!.
Voltandosi verso George disse velenosamente: Se
posso dirti una cosa... quella persona... quella
donna... quella von Kohler che a te piace tanto... 
una pazza!.
Aspetta un attimo, Franz. Non credo che lo sia.
Tu sai cosa penso di lei....
Be', dunque - disse Heilig - sei in errore. Ti sbagli.
Se cos posso dire, ancora una volta sei un gran
pazzo. Be', comunque, non ha importanza! -
esclam, aspro - Andr a comprare le sigarette e tu
potrai cercare di parlare a quella dannata, stupida
donna. E, ancora oppresso dalla collera, si volt e
si incammin lungo la banchina.
George raggiunse Else. Era ancora turbata, aveva
ancora il respiro affannato. George le prese le mani,
che tremavano. Else disse:
Quell'ometto acido... quell'uomo il cui nome significa
"santo"...  cos pieno di amarezza... mi odia.
 geloso di te. Vuole tenerti per s. Ti ha detto delle
bugie. Ha cercato di dirti cose cattive su di me. L'ho
sentito! - esclam con rabbia - Oh, George,
George! - esclam improvvisamente stringendogli
le braccia - Non ascoltare quell'ometto acido. Questa
notte - sussurr - ho fatto un sogno strano. Era
un sogno su di te, cos strano, cos bello e meraviglioso.
Non devi ascoltare quell'uomo acido! -
esclam con calore scuotendolo per le braccia - Sei
un uomo religioso. Sei un artista. E l'artista  un
uomo religioso.
In quel momento sulla banchina apparve Lewald
che si incamminava verso di loro. Il suo volto rosato
appariva fresco e cordiale come sempre. La sua costante
esuberanza aveva in s un accenno di stimolo
alcolico. Persino a quell'ora del mattino sembrava
frizzante di euforia. Mentre si faceva largo tra la
gente dondolando le spalle ampie e la pancia sporgente,
tutti coloro che si trovavano sulla banchina
subivano il contagio del suo spirito allegro e gli sorridevano,
mostrando per al contempo una sfumatura
di rispetto. Malgrado il volto rosato e la pancia
enorme non c'era niente di ridicolo nell'aspetto di
Lewald. La prima impressione che dava era quella
di un uomo incredibilmente bello. Non si pensava a
lui come a una persona grassa; piuttosto, si pensava
che fosse imponente. Camminando, dominava la
scena con un senso di autorit naturale e massiccia.
Difficilmente lo si sarebbe giudicato un uomo d'affari,
una persona scaltra, avveduta e difficile da ingannare.
Tutto in lui suggeriva un tocco di naturale
ed effettiva bohme. Osservandolo, probabilmente
si poteva pensare di trovarsi di fronte a un ex militare,
anche se non il tipo classico di militare prussiano,
ma piuttosto un uomo che aveva compiuto il
suo servizio e che aveva amato la vita militare... il
chiassoso cameratismo, gli eccessi del cibo e del
bere, le avventure con le ragazze... cos come in effetti
aveva avuto.
In tutto il suo comportamento era facilmente leggibile
un'enorme fame di vita. La gente se ne accorgeva
nello stesso istante in cui lo vedeva, ed era per
questo che gli sorrideva. Sembrava cos pieno di
vino, cos pieno di un vasto, cordiale anticonformismo...
Ogni suo atteggiamento rendeva chiaro che
si trattava del genere d'uomo che ha bruciato tutti i
confini della routine quotidiana con la forza di un
elemento naturale. Era uno di quegli uomini che, in
qualche modo, diffondono all'istante una luce su
tutti gli aspetti del grigiore della vita, uno di quegli
uomini che spargono attorno alla loro persona
un'aura scintillante di calore, di colore e di temperamento.
In qualsiasi gruppo di persone Lewald svettava
in un isolamento di dominio eccitante, calamitando
su di s tutti gli sguardi con una vivida concentrazione
di interesse, tanto da farsi ricordare nel
tempo anche da chi lo aveva visto per un solo
istante, cos come si ricorda, in una casa peraltro
vuota, l'unica stanza che ha un arredamento e un caminetto
acceso.
Cos in quella occasione, mentre si avvicinava, ancora
a diversi metri di distanza cominci ad agitare
un dito verso George e allo stesso tempo a scuotere
il testone da un lato all'altro. Quando arriv, cominci
a cantare con la sua voce gutturale i primi versi
di una canzonetta oscena che aveva insegnato a
George e che i due avevano cantato spesso assieme
durante le formidabili serate a casa sua:
Lecke du, lecke du, lecke du die Katze am Arsell....
Else arross, ma Lewald si controll d'un tratto
all'ultimo istante e, agitando ancora il dito verso
George, esclam:
Ach du!. Poi, in una assurdamente subdola e allegra
cantilena, sbattendo gli occhietti maliziosi:
Ragazzaccio! Ragazzaccio...! - esclam continuando
ad agitare il dito - Mio vecchio George! -
esclam improvvisamente, di cuore - Dove sei stato,
ragazzaccio? Sono venuto a cercarti per la tua ultima
sera qui e non sono riuscito a trovarti da nessuna
parte!.
Prima che George potesse rispondere torn Heilig, che fumava
una sigaretta. George ricordava che i
due si erano gi conosciuti, ma in quell'occasione
non mostrarono nessun segno di riconoscimento. In
realt, alla vista del piccolo Heilig, i modi cordiali di
Lewald si spensero e il volto gli si gel in un'espressione
di riserbo glaciale e di sospetto. George ne fu
cos spiazzato da dimenticare la buona educazione,
per cui, invece di presentare Lewald a Else, balbett
una presentazione ad Heilig. Lewald prese atto della
presenza dell'altro con un rigido e formale piccolo
inchino. Heilig si limit a inclinare leggermente la
testa e restitu a Lewald uno sguardo freddo.
George si sentiva molto a disagio e imbarazzato, ma
Lewald riprese in mano la situazione. Voltando le
spalle a Heilig torn all'atteggiamento precedente di
cordiale esuberanza e, stringendo un braccio di
George con un pugno carnoso e colpendolo affettuosamente
con l'altro, esclam a voce alta:
George! Dove sei stato, ragazzaccio, eh? Perch
non sei venuto a trovarmi in questi ultimi giorni? Ti
aspettavo....
Perch io... io... - esord George - avrei voluto,
Karl. Ma sapevo che saresti venuto qui quando sarei
partito e non sono passato neppure una volta al tuo
ufficio. Ho avuto un grande daffare, lo sai....
E io... anche! - esclam Lewald calcando la
voce in modo scherzoso sull'ultima parola - Io anche! -
ripet - Ma io... ho sempre tempo per i miei
amici, disse in tono accusatorio e continuando a
colpire il braccio di George per mostrare che il suo
finto risentimento era tutt'altro che profondo.
Karl - disse George a quel punto - ricordi Frau
von Kohler, vero?.
Aber natrlich! - esclam con la vivace galanteria
che caratterizzava sempre il suo comportamento
con le donne - Gentile signora - continu in tedesco
- come sta? Non ho certo dimenticato il piacere
che mi ha dato partecipando a una delle mie feste.
Ma da quella sera non l'ho pi vista, e da allora ho
visto sempre pi raramente anche il vecchio
George. A quel punto, tornando all'inglese, si volt
ancora verso George e agit di nuovo il dito dicendo:
Tu, ragazzaccio... tu....
Quella scherzosa galanteria non ebbe alcun effetto
su Else. Il suo volto non allent per niente il
suo rigore. Si limit a guardare Lewald con uno
sguardo neutro e non fece alcuno sforzo per nascondere
il disinteresse che provava per lui. Lewald, tuttavia,
sembr non notarlo, perch ancora una volta
si volse verso Else e disse nel suo tedesco esuberante:
Gentile signora, posso capire il motivo per cui
George mi ha abbandonato. Ha trovato avventure
pi eccitanti di quelle che il povero, vecchio Lewald
aveva da offrirgli. Poi si volse di nuovo a George e,
con gli occhietti che sbattevano a eccezionale velocit,
agit il dito sotto il naso di George e canticchi
furtivamente, assurdamente: Ragazzaccio...! Ragazzaccio...!,
come per dire Ah, bricconcello! Ti
ho colto in flagrante!.
Quell'intero monologo era stato pronunciato
quasi senza una pausa, nel tono caratteristico di
Lewald... un tono che era famoso in tutta Europa
da trent'anni. I suoi modi scherzosi con George
erano ingenuamente infantili e giocosi, mentre il suo
discorso con Else era stato schietto, vivace, caloroso
e bonario. Da tutto questo dava l'impressione di un
uomo simpaticamente aperto e sincero, oltre che
ricco di allegra buona volont nei confronti
dell'umanit. Era l'atteggiamento che George aveva
notato in lui molte volte... quando incontrava un
autore nuovo, quando riceveva qualcuno nel suo ufficio,
quando parlava al telefono o invitava degli
amici a una festa.
Ma ancora una volta George aveva potuto osservare
la profonda differenza tra l'atteggiamento e
l'uomo. La schietta e calorosa apertura era semplicemente
una maschera che Lewald utilizzava contro il
mondo con tutta la grazia e la raffinatezza di un
grande torero che si prepara a dare la stoccata finale
a un toro che carica. Dietro quella maschera stava
nascosta l'immagine reale dell'animo di un uomo in
realt astuto, accorto, pieno di risorse. George not
ancora una volta come le sue fattezze fossero in
realt minute e penetranti. La grossa testa bionda, le
spalle larghe e le grandi, rosee guance avvinazzate
producevano un effetto di stazza massiccia e di
grandiosit, ma l'effetto generale non era confermato
dai dettagli secondari. Aveva una bocca sorprendentemente
sottile e carnale, una bocca piena
di un buonumore quasi osceno che aveva un certo
che di malizia segreta quasi come se le grassottelle
ganasce si inumidissero alla vista di un libidinoso
manicaretto. Anche il naso era piccolo e puntuto, e
sembrava possedere una scaltrezza olfattiva. Gli occhi
erano piccoli e azzurri, e le palpebre sbattevano
con scaltra gaiezza. Si avvertiva che notavano
tutto... che erano occhi non solo segretamente e bonariamente
coscienti dell'intera commedia umana,
ma anche astutamente divertiti di fronte al bluff e la
parte ingenua che il loro proprietario stava interpretando.
Ma su, adesso! - esclam Lewald all'improvviso
sollevando le spalle e sembrando tentare di ritrovare
la seriet con una piroetta -. Ti porto una cosa da
parte di mio marito... Cosa?. Si guard attorno,
verso i tre, con un'espressione di innocente, interrogativo
sbalordimento, mentre George si lasciava andare
a un gran sorriso.
Si trattava di errore frequente del suo inglese zoppicante.
Chiamava sempre marito' la moglie e aveva
detto spesso a George che anche lui un giorno
avrebbe trovato un buon marito'. Ma usava quel
termine con un'espressione di tale divertente innocenza
- i piccoli occhi azzurri che scintillavano sul
volto roseo con un'espressione di candore da cherubino
- da dare a George la sicurezza che Lewald sapesse
benissimo che si trattava di un errore, ma che
lo commettesse deliberatamente per il suo effetto
comico. A quel punto, mentre George rideva,
Lewald si volse verso Else, poi verso Heilig, con aria
di perplessit, e disse subito a bassa voce:
Was, denn? Was meint Chorge? Wie sagt man
das? Ist das nicht richtig englisch?.
Else distolse visibilmente lo sguardo da lui come
se non lo avesse sentito e desiderando di non avervi
pi niente a che fare. L'unica risposta di Heilig fu
continuare a guardare Lewald con freddezza e sospetto.
E tuttavia Lewald non fu affatto disturbato
da quella sottovalutazione da parte dei suoi ascoltatori.
Si volt verso George con un'alzata di spalle
comica come se tutta la faccenda fosse oramai dietro
le sue spalle e poi gli fece scivolare in tasca una fiaschetta
di brandy tedesco dicendo che si trattava di
un regalo inviatogli dal "marito". Poi tir fuori un
sottile volumetto stupendamente rilegato scritto e illustrato
da uno dei suoi autori. Lo pose nelle mani
di George, sfogliandolo con cura.
Si trattava di una cronologia comica della vita di
Lewald, dalla culla alla maturit, fatta in quella vena
di grottesca brutalit tedesca che raramente sfugge
al macabro, ma che tuttavia ha un potere di caricatura
selvaggia e di comicit terribile che nessun'altra
cultura pu uguagliare. Una delle illustrazioni mostrava
Lewald bambino ritratto come Ercole che
strangola due serpenti terribili alla vista che avevano
il volto dei suoi maggiori rivali nell'editoria. Un'altra
mostrava Lewald adolescente come Gargantua in
procinto di lasciare la sua citt natia di Kolberg, in
Pomerania. E un'altra ancora lo riproduceva come
giovane editore seduto a un tavolo del caff Aenna
Maentz che addentava grossi bocconi estratti da un
bicchiere... un'operazione che aveva effettivamente
effettuato in varie occasioni in passato, allo scopo,
diceva, di Fare propaganda a me stesso e al mio lavoro.
Lewald aveva scritto e firmato in quel curioso libretto
una dedica a George e sotto quelle righe
aveva riportato i versi familiari e osceni della canzone:
Lecke du, lecke du, lecke du die Katze am Arsell.... Poi chiuse il libro e lo infil in tasca a
George.
E mentre faceva questo tra la gente si sollev un
turbine di eccitazione. Balen una luce e i facchini si
mossero lungo la banchina. George si avvi verso i
binari. Stava arrivando il treno. Svoltava rapidamente
costeggiando le siepi del Giardino Zoologico.
Il grande muso della locomotiva dai paraurti bordati
di rosso vivo avanz con decisione, sbuff rumorosamente
e si ferm. La monotona fila delle carrozze
era interrotta nel mezzo, con vivacit, dal rosso sfavillante
della carrozza-ristorante Mitropa.
Tutti si misero in azione. Il facchino di George,
sollevati i pesanti bagagli, si inerpic su per il predellino
e gli trov lo scompartimento. Tutto attorno
c'era una confusione di voci, un eccitato tumulto di
addii.
Lewald prese la mano a George e, posatogli l'altro
braccio sulle spalle, un po' colpendolo e un po'
abbracciandolo, disse: Mio vecchio George, aufwiedersehen.
Heilig gli strinse la mano con vigore e rapidit, il
piccolo volto amaro contorto come se piangesse,
mentre diceva con voce curiosamente vibrante,
profonda e tragica: Addio, addio, caro George, aufwiedersehenl.
I due si voltarono e si allontanarono, ed Else lo
abbracci. George avvert che le spalle di Else erano
scosse. Stava piangendo, e George la ud dire: Sii
bravo. Rimani il grande che ho conosciuto. Sii un
uomo religioso. E mentre quell'abbraccio si serrava,
Else disse, mezzo ansimando e mezzo sussurrando:
Promettimelo. George annu. Poi si unirono:
le cosce di lei si aprirono, si appoggiarono alle
gambe di lui, il suo corpo voluttuoso si pieg,
crebbe dentro di lui, le bocche si avvinsero appassionatamente
e per l'ultima volta si unirono in un
abbraccio d'amore.
Poi George sal in treno. Il controllore sbatt la
porta. Appena George si avvi lungo lo stretto corridoio
verso il suo scompartimento il treno part.
Tutte quelle figure, quei volti e quelle vite presero a
scivolare via.
Heilig prese a camminare lungo il treno sventolando
il cappello, il volto ancora contorto dalla
smorfia di dolore. Dietro di lui anche Else marciava
nella direzione del treno, il volto rigido e intento, il
braccio sollevato nell'addio. Lewald si strapp il
cappello dalla testa e lo agit, i biondi capelli in disordine
sul volto arrossato e avvinazzato. L'ultima
cosa che George ud fu la sua voce esuberante sollevata
in un grido di addio. Vecchio George, aufwiedersehen!. Poi raccolse le mani attorno alla bocca e
url: Lecke du...!. George vide che le spalle di
Lewald si scuotevano dalle risate.
Poi il treno inizi a curvare. E loro scomparvero.
 
Capitolo 4.
CINQUE PASSEGGERI PER PARIGI.

Il treno prese velocit. Le strade e gli edifici della
parte occidentale della citt scivolarono via... quelle
strade ininterrotte, squallide, quei massicci, brutti
edifici in stile vittoriano tedesco che pure, grazie al
verde apprezzabile degli alberi, alle finestre dai gerani
rossi, al senso di ordine, di sostanza e di agiatezza,
erano parsi a George familiari e piacevoli
come le strade e le case tranquille di una cittadina.
Gi stavano attraversando Charlottenburg. Ne oltrepassarono
la stazione senza fermarvisi e sulle banchine
George vide, con l'antico e intenso sentimento
di rammarico e di perdita, la gente in attesa dei treni
metropolitani. Sulle sue rotaie sopraelevate, il
grande treno prosegu agevolmente verso ovest acquistando
progressivamente velocit. Oltrepassarono
la Funkturm(1). George sapeva che stavano correndo
attraverso i sobborghi della citt verso
l'aperta campagna. Passarono dinanzi a un campo
d'aviazione. Vide gli hangar e uno stormo di aeroplani
lucenti. E, mentre li osservava, un grosso aereo
argenteo si mosse, acceler sulla pista, abbass la
coda, si stacc lentamente da terra e svan.
A quel punto la citt era alle loro spalle. Quei
volti familiari, le figure e le voci di appena sei minuti
prima adesso gli sembrarono remote come i sogni,
imprigionate in un altro mondo... un mondo di
mattoni massicci, pietre e selciati, quel mondo formicolante
di quattro milioni di vite, di speranze, di
paure e di odio, di pena e di disperazione, di amore,
di crudelt e di affetto che viene chiamato Berlino.
Adesso scorreva la campagna, la piatta campagna
del Brandeburgo, la desolata pianura del nord che
aveva sempre sentito dire cos brutta, e che invece
aveva trovato cos strana, cos bella, cos incantevole.
Adesso attorno a loro c'era l'oscura solitudine
dei pini selvatici, alti, sottili, torreggianti e dritti
come alberi di nave, con sulle cime l'esile soma del
loro verde perenne. I fusti nudi, luccicanti di
quell'amabile colore bronzo dorato che  come la
sostanza materiale di una luce magica. E anche attorno
tutto era magico. Anche la penombra della foresta
al di sotto dei pini selvatici era di un bruno dorato,
anche il terreno era bruno dorato e brullo, e gli
alberi, da parte loro, si innalzavano solitari e distanti
l'uno dall'altro, una foresta di pali piena di una luce
incantevole.
Di tanto in tanto la luce si allargava, la foresta
spariva e i passeggeri viaggiavano su un terreno
piatto e coltivato che si estendeva parsimoniosamente
fino ai bordi delle rotaie. George poteva osservare
i raggruppamenti di edifici rurali, i tetti di
tegole rosse, il miscuglio di case e fienili. Poi ricominciava
ancora una volta la magia incantevole dei
boschi.
George apr la porta dello scompartimento, entr
e prese posto vicino alla porta. Sul lato opposto,
nell'angolo vicino al finestrino, sedeva un giovane
che leggeva un libro. Era un giovane elegante, vestito
alla moda. Indossava un soprabito sportivo a
piccoli, eleganti quadretti, un bellissimo gilet di una
stoffa grigia evidentemente costosa, pantaloni grigi
pieghettati in vita, anch'essi di un tessuto ricco, costoso,
e guanti grigi di camoscio. Non sembrava n
americano n inglese. C'era in lui un'eleganza frivola,
quasi edulcorata, che in qualche modo faceva
pensare che si trattasse di un europeo. Quindi
George si meravigli, quasi con un senso di sorpresa,
nel notare che leggeva un libro americano, un
saggio famoso che si intitolava La saga della democrazia
e che portava il marchio di un editore molto
conosciuto. Ma mentre George si interrogava su
quella strana combinazione di familiare e di estraneo
si sentirono dei passi lungo il corridoio, poi
delle voci, e si apr la porta, dalla quale entrarono
un uomo e una donna.
Erano tedeschi. La donna era piccola e non pi
giovane, grassottella ma sensuale, di un aspetto seducente,
con capelli cos biondi da ricordare il colore
della paglia scolorita e occhi azzurri come zaffiro.
Parl velocemente e con eccitazione con
l'uomo che l'accompagnava, poi si volt verso
George e gli domand se gli altri posti fossero liberi.
George rispose che pensava che lo fossero e rivolse
un'occhiata interrogativa all'elegante giovane
nell'angolo. Il giovane parl in un tedesco incerto
dicendo di ritenere che gli altri posti fossero liberi,
aggiungendo di essere salito sul treno alla stazione
della Friedrichstrasse e di non aver visto nessun altro
nello scompartimento. Subito la donna annu
soddisfatta scuotendo la testa e parl con rapida autorit
al compagno, che usc e torn immediatamente
con i bagagli... due valigie che sistemarono
sulla rastrelliera sopra le loro teste.
Era una coppia assortita in modo strano. La
donna, sebbene molto attraente, era ovviamente di
gran lunga la pi anziana dei due. Sembrava essere
vicina alla fine della trentina o l'inizio della quarantina.
Agli angoli degli occhi c'erano tracce evidenti
di rughe e il volto trasmetteva un'impressione di
maturit fisica e di calore uniti a quella saggezza che
viene dall'esperienza, ma era d'altra parte evidente
che un po' della freschezza e dell'elasticit della giovent
se n'era andata. Il suo aspetto fisico possedeva
un'attrazione sessuale quasi spudorata, della qualit
di quel fascino nudo che si nota spesso nella gente
di teatro... in una ballerina di fila o nella spogliarellista
di un burlesque. L'intera sua personalit suggeriva
una vaga sensazione di stampo teatrale. In tutto
ci che la riguardava c'era quell'elemento di esagerata
vivacit che sembra inquadrare e definire la
gente di palcoscenico.
Accanto a quella sicurezza, a quell'aria di praticit
e di autorit, a quel carattere estremamente vivace,
l'uomo che l'accompagnava appariva ancora pi
giovane di quanto lo fosse. Probabilmente aveva
ventisei anni o gi di l, ma sembrava un perfetto
adolescente. Era un giovane tedesco alto, biondo,
sano e piuttosto bello che trasmetteva un'impressione
indefinibile di campagna e di innocenza un
po' disorientata. Sembrava nervoso, a disagio e
senza alcuna esperienza dell'arte di viaggiare. Per la
maggior parte del tempo teneva la testa bassa o distolta
e non parlava se la donna non gli rivolgeva la
parola. Poi arrossiva dall'imbarazzo, due tonalit di
colore nella faccia fresca, rosea, che si trasformava
in un rosso barbabietola.
George si domand chi fossero, perch andassero
a Parigi e quale relazione ci potesse essere tra i due.
Avvertiva, senza sapere esattamente il perch, che
tra loro non c'era una relazione famigliare. Il giovane
non poteva essere un fratello della donna, ed
era anche evidente che non erano marito e moglie.
Era difficile non cadere in un vecchio schema e vedere
in loro degli zotici di campagna incantati dalle
sirene della citt... supporre che lei lo avesse abbindolato
per farsi portare a Parigi e che lo sciocco e il
suo denaro si sarebbero presto divisi. Eppure in
quella donna c'era qualcosa che non contrastava affatto
la possibilit di quella congettura. Era una
creatura decisamente attraente e intrigante. Persino
la sua stupefacente mole di magnetismo sessuale,
che si mostrava con nuda e quasi sgradevole evidenza
tanto da essere avvertita nello stesso istante in
cui era entrata nello scompartimento, non aveva in
s niente di aggressivo. Sembrava davvero che ne
fosse completamente inconscia e che si limitasse a
esprimere se stessa sensualmente e naturalmente
con l'innocente calore di un fanciullo.
Mentre George era intento nelle sue congetture,
la porta dello scompartimento si apr di nuovo e un
ometto dall'aspetto banale e dal lungo naso guard
all'interno, scrut tutto torvamente e in modo piuttosto
sospettoso - pens George - e poi domand
se ci fosse un posto libero nello scompartimento.
Tutti gli risposero che pensavano di s. Ricevuta
quell'informazione, anche lui, senza proferire altro,
spar nel corridoio per riapparire di nuovo con una
grande valigia. George lo aiut a sistemarla nella rastrelliera.
Era una valigia cos pesante che probabilmente
l'ometto non ce l'avrebbe fatta da solo, eppure
accett quell'aiuto con acidit e senza una parola
di ringraziamento; appese il soprabito, si agit e
ispezion attorno, tir fuori un giornale dalla tasca,
si sed di fronte a George e lo apr, poi chiuse sbattendo
con gran rumore e con una certa brutalit la
porta dello scompartimento e, dopo aver sogguardato
attorno con diffidenza tutti gli altri, spiegazz
il giornale e si mise a leggerlo.
Mentre l'uomo leggeva il giornale George ebbe la
possibilit di osservare di tanto in tanto quel personaggio
dall'aspetto acido. Non che in lui ci fosse
qualcosa di sinistro... decisamente non c'era. Era
solo un ometto triste, banale, irascibile, del tipo che
si pu vedere mille volte al giorno per strada mentre
bofonchia verso i taxi o mentre impreca contro
qualche automobilista imprudente... il tipo che tutti
temono di incontrare durante un viaggio e che sperano
fervidamente che non accada. Sembrava il tipo
di persona che sbatte sempre la porta dello scompartimento,
che continua ad abbassare o alzare il finestrino
senza chiedere mai agli altri, che smania e
sbuffa e che cerca con tutti i modi burberi, capricciosi,
irritabili e sgarbati del suo repertorio di rendersi
il pi possibilmente villano e creare il massimo
di disagio ai suoi compagni di viaggio.
S, certamente si trattava di un tipo ben conosciuto
ma, a parte questo, quell'uomo era del tutto
irrilevante. Passandogli accanto in una via cittadina
nessuno gli avrebbe gettato una seconda occhiata o,
in seguito, si sarebbe ricordato di lui. Si rendeva indimenticabile
solo quando si intrometteva nell'intimit
di un lungo viaggio e cominciava immediatamente
a ronzare e a comportarsi come un calabrone
fastidioso.
Non pass molto tempo, infatti, prima che il giovane
elegante nell'angolo del finestrino si trovasse a
sfiorare un conflitto con lui. Il giovane tir fuori un
costoso portasigarette, ne trasse una sigaretta e poi,
sorridendo in modo seducente, domand alla signora
se il fumo le desse noia. La donna rispose immediatamente
con grande calore e amichevolmente
che non la disturbava affatto. Anche George accolse
quell'informazione con apprezzabile sollievo tirando
fuori di tasca un pacchetto di sigarette; ed era sul
punto di imitare lo sconosciuto compagno di viaggio
nel piacere di fumare quando il vecchio Smania
e Sbuffa sbatacchi rabbiosamente il giornale, gett
un'occhiataccia al giovane elegante e poi a George e,
indicando un cartello sulla parete dello scompartimento,
gracchi tetramente:
Nicht Raucher.
Be', tutti lo sapevano fin dall'inizio, ma non si
aspettavano che Smania e Sbuffa sollevasse un problema.
Il giovane e George si scambiarono un'occhiata
di lieve espressione di sorpresa: fecero un piccolo
sorriso, incrociarono lo sguardo della signora,
sguardo che si accendeva secondo la commedia che
si rappresentava e, obbedienti, riposero le sigarette
non accese mentre il vecchio Smania e Sbuffa, sbatacchiando
il giornale, li guard acido per la seconda
volta e poi disse, cupo, che per quanto lo riguardava
non c'erano problemi, a lui personalmente
non importava che fumassero... ma che voleva rimarcare
che si trovavano in uno scompartimento di
non fumatori. Disse che si trattava semplicemente
del fatto che, se vi fumassero, il reato sarebbe ricaduto
sulle loro teste e che lui aveva fatto ci che poteva
come avrebbe fatto qualsiasi buon cittadino per
metterli in guardia, ma che se loro avessero insistito
nel loro comportamento colpevole contro le leggi
del paese, non sarebbe stato affar suo. Cos, essendo
stati rassicurati, i due tirarono fuori di nuovo le sigarette
e le accesero.
Poi, mentre fumava e il vecchio Smania e Sbuffa
leggeva il giornale, George ebbe maggiore possibilit
di osservare quello spiacevole compagno di viaggio.
E le sue impressioni, intensificate come furono
dagli eventi successivi, gli si fissarono in mente in
forma di un'immagine indeteriorabile. L'immagine
che gli venne in testa mentre sedeva osservando
quell'uomo fu quella di un Mr. Punch dal carattere
acido. Potendo immaginare un Mr. Punch senza il
suo spirito geniale, senza il suo rapido umorismo,
senza la sua scaltra ma generosa intelligenza, potendo
immaginare un Mr. Punch irritabile e scontroso
che va a giro sbattendo rabbiosamente porte e
finestre, lanciando occhiatacce ai suoi compagni di
viaggio e ficcando il lungo naso negli affari di chiunque,
sarebbe possibile formarsi un'immagine di quel
personaggio. Non che fosse gobbo e nano come Mr.
Punch. Certamente era piccolo, certamente era una
figura scialba, spiacevole, ma non era nano. Ma il
suo volto aveva il colorito rossastro che siamo soliti
associare a Mr. Punch e il profilo, come quello di
Mr. Punch, era quasi da cherubino, ma di un cherubino
inacidito. Anche il naso in qualche modo era
punchiano'. Non formava un uncino grottesco e
non era a becco, ma si trattava di un naso lungo la
cui punta carnosa penzolava in basso come se annusasse
sospettosamente, come se si allungasse per la
foga di impicciarsi in ci che accadeva attorno e di
ficcarsi in cose che non lo riguardavano.
All'improvviso George si addorment, appoggiato
allo stipite della porta. Un sonno leggero, comatoso e inquieto, prodotto dall'eccitazione e dalla
stanchezza, un sonno non confortevole, non sano,
un sonnecchiare dal quale di tanto in tanto si risvegliava
per guardarsi attorno per poi rimettersi a sonnecchiare
di nuovo. Ogni tanto si risvegliava bruscamente
e scopriva gli occhi del vecchio Smania e
Sbuffa fissi su di lui con una tale espressione di sospetto
e di irritazione da sfiorare il malanimo. A un
certo punto, svegliandosi, si ritrov addosso un'occhiata
fissa su di lui di una fermezza cos protratta e
cos poco amichevole da avvertire la rabbia che ribolliva
in quell'uomo. George fu sul punto di rispondergli
con violenza, ma l'uomo, come se avesse
intuito l'intenzione di George, abbass rapidamente
la testa e torn a occuparsi del giornale.
Quell'uomo era cos agitato e nervoso che per
George era impossibile dormire pi di qualche minuto
di seguito. Accavallava e distendeva le gambe
di continuo, non faceva altro che spiegazzare il giornale,
giocherellava con la maniglia della porta palpeggiandola
e poi apriva o socchiudeva la porta
stessa come per assicurarsi che fosse perfettamente
chiusa. Era un continuo alzarsi di scatto, aprire la
porta e uscire nel corridoio, dove per qualche minuto
si metteva a passeggiare su e gi, a voltarsi
verso il finestrino e guardare fuori per poi rimettersi
in movimento sul corridoio con volto acido e
sguardo irritato, le mani dietro la schiena mentre
camminava agitando nervosamente e con impazienza
le dita. Durante tutto quel tempo il treno divorava la
campagna a una velocit formidabile.
Campi e foreste, villaggi e fattorie, terre coltivate e
pascoli sfilavano via con il movimento costante ma
vorace dell'alta velocit. Il treno rallent un poco al
passaggio sull'Elba, ma non si ferm. Due ore dopo
la partenza da Berlino entr sotto il tetto enorme, ad
archi, della stazione di Hannover. Ci sarebbe stata
una sosta di dieci minuti. Quando il treno rallent
George si svegli dal suo sonnellino. Ma era ancora
posseduto dalla stanchezza, e non si alz.
Si alz invece il vecchio Smania e Sbuffa che, seguito
dalla donna e dal suo compagno, scese sulla
banchina per prendere un po' d'aria e sgranchire le
gambe.
A quel punto George e il giovane elegante seduto
nell'angolo si trovarono soli. Quest'ultimo aveva
messo via il libro e guardava fuori dal finestrino, ma
dopo un paio di minuti si volt verso George e domand
in un inglese marcato da un leggero accento:
Dove siamo?.
George gli rispose che si trovavano ad Hannover.
Sono stanco di viaggiare - disse il giovane con
un sospiro -. Sar felice quando arriver a casa.
E dov' la sua casa?, domand George.
New York disse e, notando un'espressione di
piccola sorpresa sul volto di George, aggiunse subito:
Ovviamente non sono americano di nascita,
come pu notare dal mio modo di parlare. Ma sono
naturalizzato americano e vivo a New York.
George gli disse che anche lui abitava a New York.
Poi il giovane gli domand se si era fermato a
lungo in Germania.
Tutta l'estate - rispose George -. Sono arrivato a
maggio.
Ed  stato qui... in Germania... tutto quel periodo?.
S - rispose George -, a parte dieci giorni in Tirolo.
Quando  arrivato, stamattina, alla prima occhiata
mi era sembrato tedesco. Credo di averla vista
sulla banchina con dei tedeschi.
S, sono miei amici.
Ma poi, quando l'ho sentita parlare, ho capito
dal suo accento che non era tedesco. Quando poi
l'ho vista leggere il "Paris Herald" ho concluso che
doveva essere inglese o americano.
Certo, sono americano.
S, adesso capisco. Io - disse - di nascita sono
polacco. Sono andato in America a quindici anni,
ma la mia famiglia vive ancora in Polonia.
E quindi  andato a trovarli....
S. Ho preso l'abitudine di andare a trovarli pi
o meno una volta l'anno. Era evidente che apparteneva
a una famiglia di proprietari terrieri. Sto tornando
di l..., disse. Rimase un attimo in silenzio,
poi, con una certa enfasi, disse: Ma mai pi! Non
andr a trovarli per un bel po'. Ho detto loro che ne
ho abbastanza... che se vogliono vedermi devono
venire a New York. Sono stufo dell'Europa - continu
-. Mi sono stancato. Sono stanco di quella
pazza economia, di quella politica, di quell'odio, di
quegli eserciti e di quelle voci di guerra... di tutta
quell'atmosfera soffocante!, esclam indignato e
impaziente e, infilata una mano nella tasca interna
della giacca tir fuori un pezzo di carta. Vuol dare
un'occhiata a questo?.
Cos'?, domand George.
Un documento... un permesso... questa dannata
cosa stampata e firmata che mi permette di
portare fuori dalla Germania ventitr marchi. Ventitr
marchi! - ripet, sprezzante - Come se io volessi
il loro maledetto denaro!.
Lo so - disse George -. Bisogna avere un permesso
tutte le volte che si entra o si esce. Bisogna dichiarare
il denaro quando si entra in Germania e bisogna
dichiararlo ogni volta che si esce. Se ci facciamo
mandare del denaro da casa dobbiamo dichiarare
anche quello. Come le ho detto, ho fatto un
viaggetto in Austria. Mi ci sono voluti tre giorni per
ottenere i documenti che mi autorizzavano a portare
fuori il mio denaro. Guardi qua! - esclam cercando
in tasca e tirando fuori una manciata di fogli
di carta - In una sola estate ho dovuto richiedere
tutti questi permessi.
A quel punto il ghiaccio era rotto. Sulle basi di
una lamentela comune si form una simpatia reciproca.
In breve, a George si rese evidente che la sua
nuova conoscenza, con il calore patriottico tipico
della sua nazionalit, era un americano fervente.
Aveva sposato un'americana, disse. New York, dichiar, era la
citt pi magnifica della terra, l'unico
posto nel quale desiderasse abitare, il posto che non
avrebbe mai voluto lasciare, il posto nel quale agognava
tornare.
E l'America?.
Oh - disse - sar bello, dopo tutto questo, tornare
dove tutto  pace e libert... dove tutto  amicizia.
.. dove tutto  amore.
George aveva qualche riserva su quell'approvazione
radicale del suo paese natio, ma non la
espresse. Il fervore di quell'uomo era cos genuino
che sarebbe stato maleducato contraddirlo. E inoltre
a quel punto avvertiva la nostalgia di casa, e
quindi le parole di quell'uomo, generose e di cuore
com'erano, lo scaldavano con la loro piacevole luminosit.
George avvert una qualche verit sotto la
stravaganza di quel confronto. Durante l'estate trascorsa
in quel paese che aveva conosciuto cos bene,
la cui incantevole bellezza e magnificenza lo aveva
commosso pi profondamente di qualsiasi altro
paese che avesse mai visitato, e per la cui gente
aveva provato la comprensione pi calorosa, aveva
avvertito per la prima volta le velenose costrizioni
dell'odio incurabile e di una politica incomprensibile,
l'intero, denso intreccio di intrighi e di ambizioni
nel quale la tormentata geografia europea era
di nuovo invischiata, la vulcanica imminenza di catastrofe
della quale era impregnata l'intera atmosfera e
che minacciava di eruttare da un momento all'altro.
E George, come l'altro, era stanco, logorato fino
al cuore, sfinito da quelle pressioni, sfinito da quelle
tensioni dei nervi e dello spirito, svuotato dal cancro
di quegli odi incurabili che non solo avevano avvelenato
la vita delle nazioni, ma avevano anche divorato
in un modo o l'altro le vite private di tutti i suoi
amici, di quasi tutti coloro che aveva conosciuto in
quel paese. Come il suo connazionale appena conosciuto,
anche George quindi avvertiva, sotto la stravaganza
e l'esagerazione del discorso dell'altro, una
certa giustezza in quel confronto. George era cosciente,
come doveva esserlo certamente anche l'altro,
del grande numero di difetti dell'America. Sapeva
che purtroppo al di l dell'Atlantico non tutto
 amicizia, non  libert, non  amore. Ma avvertiva,
come doveva avvertire anche il suo nuovo amico,
che l'essenza della speranza americana non era andata
completamente in rovina, che la sua promessa
di coronamento non era stata mandata completamente
in frantumi. E, come l'altro, sentiva che sarebbe
stato molto bello tornare ancora una volta in
patria, lontano dalle costrizioni venefiche di
quell'atmosfera... tornare in patria dove, qualunque
fossero i difetti dell'America, c'erano ancora aria da
respirare e venti che ripuliscono l'atmosfera.
A un certo punto il nuovo amico disse che a New
York si occupava di affari. Era socio di una compagnia
che operava in borsa. A George sembr che
quell'informazione sottintendesse la richiesta di
un'analoga informazione da parte sua, e quindi forn
la dichiarazione pi appropriata e veritiera che poteva
offrire, cio che lavorava per una casa editrice.
L'altro rispose che conosceva una famiglia di editori
newyorkesi che era in realt molto in amicizia con
lui. George domand di quale famiglia si trattasse, e
il giovane rispose:
La famiglia Edwards.
George fu improvvisamente trafitto da un brivido
di riconoscimento. Si accese una luce, e subito riconobbe
quel giovane. Disse:
Conosco gli Edwards. Sono tra gli amici migliori
che abbia, e Mr. Edwards  il mio editore. E lei -
disse George - si chiama Johnnie, vero? Mi sono dimenticato
il suo cognome, ma ho sentito parlare di
lei.
Il giovane annu subito, sorridendo. S, Johnnie
Adamowski - disse -. E lei... come si chiama?.
George glielo disse.
Certo... - disse il giovane - La conosco.
Cos, un istante dopo, si stavano stringendo la
mano, deliziati da quel genere di sorpresa sbalorditiva
ma esuberante che induce la gente alla conclusione
banale dopotutto, com' piccolo il mondo!.
Il commento di George fu semplice: Che mi venga
un colpo!. Quello di Adamowski, pi educatamente,
fu  davvero sbalorditivo incontrarla in
questo modo.  una cosa molto strana... eppure accade
spesso nella vita.
E ovviamente a quel punto stabilirono contatti di
ogni genere. Trovarono conoscenti comuni di ogni
tipo. Conversarono con entusiasmo, quasi con gioia.
Adamowski era stato via solo per un mesetto e
George per cinque, ma adesso, come un esploratore
tornato dall'isolamento di un viaggio polare durato
diversi anni, George domand con curiosit notizie
degli amici, notizie dell'America, notizie dalla patria.
Quando gli altri tornarono nello scompartimento
e il treno ricominci a muoversi, George e Adamowski erano
immersi nella conversazione. I loro
tre compagni di viaggio sembravano in qualche
modo stupiti di sentire quel rapido fuoco di chiacchiere
e di trovarsi di fronte all'evidenza di un'amicizia
tra due persone che solo dieci minuti prima
sembravano apparentemente estranee. La donnina
bionda sorrise loro e riprese il suo posto; cos pure il
giovane; il vecchio Smania e Sbuffa gett un'occhiata
rapida, tagliente, all'uno e all'altro e si mise
ad ascoltare attentamente ci che i due si dicevano
come se pensasse che drizzando le orecchie per catturare
ogni singola, strana sillaba sarebbe riuscito ad
afferrare il mistero di quella improvvisa amicizia.
Il fuoco incrociato della loro conversazione andava
e veniva dall'angolo dello scompartimento di
George a quello di Adamowski. George avvert un
senso di imbarazzo all'improvvisa intrusione di
quella intimit in una lingua straniera tra i compagni
di viaggio con i quali fino a quel momento aveva
mantenuto una sobria formalit. Ma evidentemente
Johnnie Adamowski era una creatura di grande libert
sociale. Non se ne faceva affatto un problema.
Ogni tanto sorrideva in modo amichevole ai tre tedeschi
come se anche loro facessero parte della conversazione
e ne potessero capire ogni parola.
Sotto quella influenza coinvolgente tutti cominciarono
visibilmente a scongelarsi. La donnetta
bionda cominci a parlare animatamente con il giovane
compagno. Dopo un po' anche Smania e
Sbuffa interloqu con i due, cos che l'intero scompartimento
fu tutto un canto di rapida interazione
di inglese e di tedesco.
A un certo punto Adamowski domand a George
se non gradisse mangiare qualcosa.
Certo, per quanto mi riguarda, non ho fame -
disse con indifferenza Adamowski -. In Polonia ho
dovuto mangiare troppo. Quei polacchi non fanno
che mangiare. Ho deciso di non mangiare pi fino a
quando non sar arrivato a Parigi. Non ne posso pi
del cibo. Ma le piacerebbe un po' di frutta polacca?
- domand indicando un grosso pacchetto ricoperto
di carta che aveva al fianco - Credo che abbiano
preparato qualcosa per me - disse con noncuranza
della frutta dai possedimenti di mio fratello,
un po' di pollo e qualche pernice. A me non interessa.
Non ho appetito. Ma a lei non farebbe piacere
qualcosa?.
George rispose di no, che anche lui non aveva
fame. Allora Adamowski propose di raggiungere lo
Speisewagen per bere qualcosa.
Ho ancora dei marchi - disse con indifferenza -.
Ne ho spesi un po' per la prima colazione, ma me ne
rimangono ancora diciassette o diciotto. Non intendo
pi tenerli. Non li ho utilizzati. Ma adesso che
l'ho incontrata penso che sarebbe bello poterli spendere.
Andiamo a vedere cosa possiamo trovare?.
George accett la proposta. Si alzarono, si scusarono
con i compagni di viaggio e stavano per uscire
quando Smania e Sbuffa li sorprese parlando in un
inglese stentato e domandando ad Adamowski se
desiderasse scambiare il posto con il suo. Lo disse
con un sorriso forzato, nervoso, che rivelava il desiderio
di ingraziarsi Adamowski e l'altro signore,
come disse facendo un cenno a George, in modo
che, seduti di fronte, potessero parlare con maggiore
comodit, e dicendo che per quanto lo riguardava
sarebbe stato felice dell'opportunit di guardare
fuori dal finestrino. Adamowski rispose con indifferenza
e con una piccola traccia di quell'inconscio
disprezzo con il quale un nobile polacco si rivolge
a qualcuno per il quale non avverte alcun interesse:
S, certo, prenda il mio posto. A me non importa
dove siedo.
Uscirono e attraversarono diverse carrozze di
quel treno sfrecciante districandosi tra quei passeggeri
che in Europa sembrano trascorrere la maggior
parte del tempo in piedi negli stretti corridoi e a
guardare dai finestrini piuttosto che rimanere seduti
ai loro posti, che si appiattiscono contro le pareti o
che sono costretti forzatamente a rientrare al di l
della porta del loro scompartimento quando passa
qualcuno. Finalmente raggiunsero lo Speisewagen,
oltrepassarono il vapore caldo della cucina e si sedettero
a un tavolino della bella, luminosa, linda
carrozza del servizio Mitropa.
Adamowski ordin un generoso bicchiere di
brandy. Quanto al bere, sembrava possedere la capacit
liberale del nobile polacco. Scol il bicchiere
in un unico sorso osservando un po' lamentosamente:
 molto piccolo. Ma  buono e non fa male. Dovremmo
ordinarne un altro.
Riscaldati piacevolmente dal brandy e parlando
tra loro con la facilit e la confidenza di persone che
si conoscono da molti anni - perch ovviamente le
circostanze del loro incontro e la scoperta di molti
amici comuni aveva dato loro l'impressione di una
lunga intimit - cominciarono a parlare dei tre sconosciuti
del loro scompartimento.
Quella donnetta...  piuttosto carina - disse
Adamowski in un tono che in qualche modo suggeriva
l'impressione che non fosse un novizio quanto
ad apprezzamenti del genere -. Non credo sia molto
giovane, eppure ha un certo fascino, non  vero?
Una personalit....
E il giovane che  con lei? - domand George -
Come la mettiamo con lui? Non credo che lei pensi
che si tratti del marito....
No, certo che no - rispose subito Adamowski -.
 molto curioso - continu con tono incerto -. Ovviamente
 molto pi giovane, e non dello stesso
tipo...  molto pi ingenuo della signora.
S. E quasi come se si trattasse di un ragazzo di
campagna, e invece lei....
E come una persona di teatro - disse Adamowski
annuendo - Un'attrice. E forse un'attrice di music
hall.
S, esattamente.  molto carina, e penso che conosca
meglio il mondo di quanto lo conosca lui.
Mi piacerebbe saperne di pi su di loro - continu
Adamowski in modo interrogativo, al modo di
chi ha un interesse genuino verso il mondo che lo
circonda -. La gente che si incontra sui treni e sulle
navi... mi affascina. Si vedono cose strane. E quei
due... mi interessano. Mi piacerebbe davvero molto
sapere chi sono.
E l'altro? - domand George - Il piccoletto?
Quel tipo nervoso, irrequieto, che continua a fissarci...
chi suppone che sia?.
Oh, quello... - disse Adamowski con indifferenza,
con impazienza - Non lo so. Non mi importa.
 solo un semplice ometto banale... non ha importanza...
Ma perch non torniamo, adesso? - disse -
Parliamo con loro e vediamo se possiamo scoprire
chi sono. Non avremo pi occasione di vederli. Mi
piace parlare con la gente, in treno.
George si dichiar d'accordo. Cos l'amico polacco
chiam il cameriere, chiese il conto e lo pag...
e gli rimasero ancora dieci o dodici marchi dei calanti
ventitr. Poi si alzarono e tornarono indietro
lungo il treno veloce, verso il loro scompartimento.

Note.
1. Torre radio di Berlino costruita tra il 1924 e il 1926 su progetto
di Heinrich Straumer sul modello della Torre Eiffel di Parigi
[N. d. T.].

 Capitolo 5.
LA FAMIGLIA DELLA TERRA.

Quando vi entrarono, la donna rivolse loro un
sorriso e tutti e tre i loro compagni di viaggio li
guardarono in un modo che mostrava risvegliata curiosit
e accresciuto interesse. Era evidente che durante
la loro assenza George e Adamowski erano
stati oggetto di congetture.
Adamowski si rivolse ai compagni di viaggio. Il
suo tedesco non era molto buono, ma era coerente,
e le sue deficienze non lo disturbavano affatto. Era
cos sicuro di se stesso, cos convinto del controllo
di s da potersi tuffare con audacia in una conversazione
in una lingua straniera senza alcun sentimento
di svantaggio personale. Cos che, incoraggiati, i tre
tedeschi dettero libera espressione alla loro curiosit,
a quelle congetture che l'incontro di George e
di Adamowski e il loro evidente riconoscimento reciproco
aveva suscitato.
La donna domand ad Adamowski di dove
fosse... Was fr ein Landsmann sindSie?.
Adamowski rispose che era americano.
Ach, so?. Sembr sorpresa, poi aggiunse subito:
Ma non di nascita... Non  nato in America... ?.
No - rispose Adamowski -. Di nascita sono polacco.
Ma adesso vivo in America. E il mio amico,
qui... - tutti si voltarono a osservare George con curiosit
-  americano di nascita.
Annuirono, soddisfatti. La donna, sorridendo con
compiaciuto e zelante interesse, disse:
E il suo amico...  un artista, vero?.
S, disse Adamowski.
Un pittore?. Il tono della donna si faceva quasi
gioioso via via che otteneva ulteriori conferme alle
sue congetture.
Non  un pittore. E... ein Dichter.
Quella parola significa poeta', e George la corresse
subito con Ein Schriftsteller, uno scrittore.
Immediatamente tutti e tre si guardarono l'un
l'altro con cenni di soddisfazione dicendo che, ah, lo
avevano capito, era evidente. Parl persino il vecchio
Smania e Sbuffa, esprimendo la saggia osservazione
che lo si poteva indovinare dalla testa'. Gli altri
annuirono di nuovo e la donna si rivolse ancora
verso Adamowski dicendo:
Ma lei... lei non  un artista, vero? Lei fa qualcos'altro....
Adamowski rispose che era un uomo d'affari, ein
Geshftsmanr... che viveva a New York e che il suo
lavoro si svolgeva a Wall Street. Sembrava che quel
nome dicesse loro qualcosa perch tutti annuirono
come impressionati e dissero un'altra volta Ah.
George e Adamowski continuarono raccontando
la modalit del loro incontro, spiegando come non
si fossero mai visti prima di quel mattino, ma come
entrambi conoscessero l'altro attraverso amici comuni.
Queste notizie deliziarono tutti. Era una totale
conferma di quanto loro stessi avevano arguito.
La donnetta bionda annu trionfalmente e si lanci
in una conversazione eccitata con il suo compagno e
con Smania e Sbuffa dicendo:
Cosa vi avevo detto? Vi ho detto la stessa identica
cosa, no? Dopotutto il mondo  piccolo, vero?.
A quel punto si sentivano tutti realmente, magnificamente
a proprio agio l'uno nei confronti degli altri
e tutti parlavano con entusiasmo, eccitati, con naturalezza
come vecchi amici che si siano ritrovati
dopo una lunga separazione. La donnetta cominci
a raccontare tutto di se stessa. Lei e il marito, disse,
avevano un laboratorio vicino alla Alexanderplatz.
No, disse sorridendo, quel giovane non era suo marito.
Anche lui era un giovane artista, e lavorava per
lei. Che genere di affari? Disse ridendo che nessuno
lo avrebbe mai potuto indovinare. Lei e il marito
producevano manichini per le vetrine. No, non si
trattava propriamente di un negozio - e qui c'era un
orgoglio modesto - ma di una specie di piccola fabbrica.
Producevano i loro manichini. Quel commercio,
lasciava intendere, era uno di quelli importanti.
Disse che davano lavoro a pi di cinquanta dipendenti,
che in passato erano quasi cento. Era per questo
che doveva andare a Parigi il pi spesso possibile,
perch Parigi detta la moda dei manichini esattamente
come fa per l'abbigliamento.
Ovviamente non comperavano modelli parigini.
Mein Gott!... era impossibile con la situazione finanziaria
cos com'era. In quei tempi era gi difficile
per un commerciante tedesco persino uscire dal
proprio paese, figurarsi comperare qualcosa
all'estero. E tuttavia, malgrado fosse cos difficile,
ogni anno lei doveva andare a Parigi una volta o due
per aggiornarsi di cosa andasse di moda'. Portava
sempre con s un artista, e quel giovane stava facendo
il suo primo viaggio con quell'incarico. Era
uno scultore professionista, ma si guadagnava soldi
per la sua arte svolgendo del lavoro commerciale
nell'azienda della donna. Avrebbe fatto disegni e
modelli dei pi recenti manichini delle vetrine parigine
e poi, al suo ritorno, li avrebbe copiati; e allora
la fabbrica li avrebbe moltiplicati per centinaia.
Adamowski osserv di non riuscire a capire, date
le attuali circostanze, come fosse possibile per un
cittadino tedesco viaggiare in qualsiasi posto. Persino
per uno straniero era divenuto piuttosto difficile
entrare e uscire dalla Germania. Le norme valutarie
erano cos complicate e pesanti...
A questo, George aggiunse un resoconto delle
complicazioni che erano nate dal suo breve viaggio
nel Tirolo austriaco. Esib mestamente la manciata
di carte, visti e timbri che aveva accumulato durante
l'estate.
Su quella lagnanza comune tutti concordarono,
vociferando. La donna disse che si trattava di una
cosa stupida, sfiancante e, per un tedesco che aveva
affari oltre frontiera, quasi impossibile. Aggiunse
immediatamente, con fedelt nazionale, che ovviamente
era anche necessario. Ma poi continu dicendo
che i suoi viaggi di tre o quattro giorni a Parigi
potevano essere effettuati solo attraverso qualche
complicato arrangiamento di scambi e di connessioni
d'affari in Francia, e che se volesse cercare
di enumerare i documenti necessari alla faccenda si
sarebbe impantanata in tali sbalorditive complessit
di assegni e di compensazioni da doversi limitare,
alla fine, ad agitare graziosamente una mano in un
gesto di sfinito rifiuto dicendo:
Ach, Gott!  tutto troppo complicato, troppo
confuso! Non posso dirvi com'... non lo capisco
neppure io stessa!.
A quel punto intervenne il vecchio Smania e
Sbuffa con conferme che lo riguardavano. Era,
disse, un avvocato di Berlino, ein Rechtsanwalf che
negli ultimi tempi aveva allargato le sue connessioni
professionali alla Francia e ad altri paesi del continente.
Aveva visitato anche l'America, nel 1930,
quando aveva partecipato a un congresso internazionale
di avvocati a New York. Parlava anche un
po' di inglese, cosa che svel con evidente orgoglio.
E adesso stava andando, disse, a un altro congresso
internazionale di avvocati che sarebbe iniziato a Parigi
il giorno successivo e che sarebbe durato una
settimana. Ma persino un viaggio cos breve adesso
comportava delle serie difficolt. Tanto che le sue
recenti attivit professionali negli altri paesi erano
divenute, ahim, impossibili.
Domand a George se qualcuno dei suoi libri
fosse stato tradotto e pubblicato in Germania, e
George gli rispose che lo erano stati. Gli altri si dimostrarono
tutti ansiosi e fortemente curiosi, e vollero
sapere i titoli dei volumi e il nome di George.
Di conseguenza George scrisse per loro i titoli tedeschi
dei libri, il nome dell'editore tedesco e il suo
stesso nome. Tutti sembrarono interessati e compiaciuti.
La donnetta ripose il biglietto nella sua agenda
e annunci con entusiasmo che al suo ritorno in
Germania li avrebbe comperati. Smania e Sbuffa,
dopo aver copiato il biglietto, lo pieg e lo ripose
nel portafoglio dicendo che anche lui, appena fosse
tornato a casa, li avrebbe comperati.
Il giovane compagno della donna, che fino a quel
punto si era mostrato timido e diffidente, ma che col
tempo accresceva la sua fiducia, di tanto in tanto si
univa alla conversazione e a un certo punto tir
fuori da una busta diverse foto formato cartolina
delle sculture che aveva fatto. Si trattava di immagini
di atleti muscolosi, velocisti, lottatori, minatori
a torso nudo e voluttuose figure di giovani nude.
Quelle foto furono passate attorno, ispezionate da
tutti loro e lodate e ammirate con varie motivazioni.
A quel punto Adamowski prese il suo pesante
pacco involtato nella carta, spieg che era pieno di
cose buone della fattoria di suo fratello, in Polonia,
lo apr e invit tutti a condividerlo. C'erano delle
pere e delle pesche splendide, qualche bel grappolo
d'uva, un bel pollo lesso, qualche grasso uccelletto e
pernici e diverse altre leccornie. I tre tedeschi reclamarono
che non lo avrebbero privato del suo
pranzo. Ma Adamowski insist con vigore, con
quella generosa ospitalit ovviamente caratteristica
del suo carattere. Nella necessit del momento contraddisse la
sua precedente decisione e li inform
che lui e George sarebbero comunque andati a
pranzo nella carrozza ristorante, e che se loro non
l'avessero mangiato, il cibo del pacchetto sarebbe
andato sprecato. Data quella eventualit, tutti loro si
servirono di un frutto, tutti dichiarandolo delizioso,
e la donna promise che pi tardi avrebbe assaggiato
il pollo.
Alla fine, circondati dai saluti di tutti coloro che
stavano loro attorno, George e il suo amico polacco
uscirono una seconda volta e si avviarono verso lo
Speisewagen.
Consumarono un pasto lungo e sontuoso. Iniziarono
con un brandy, continuarono con una buona
bottiglia di Bernkasteler e finirono con un caff e un
altro brandy. Erano entrambi determinati a spendere
quello che rimaneva della valuta tedesca - Adamowski i suoi
dieci o dodici marchi, George i suoi
cinque o sei - e questo dette loro la sensazione
confortevole di quando l'economia avveduta si combina
in modo parsimonioso con il buon vivere.
Durante il pranzo discussero ancora una volta dei
compagni di viaggio. Erano deliziati da loro e immensamente
interessati alle informazioni che gli avevano
fornito. La donna, concordarono, era senz'altro
affascinante. E il giovane, per quanto diffidente
e timido, era molto carino. A quel punto spesero anche
qualche parola in lode di Smania e Sbuffa.
Dopo la rottura della burbera conchiglia il vecchiaccio
non era poi cos male. Sotto sotto, infine, era
abbastanza socievole.
E questo dimostra - disse Adamowski - come la
gente sia buona, in realt, come in questo mondo si
possa andare d'accordo, come ci si possa piacere gli
uni con gli altri, se solo....
Se solo..., ripet George, e annu.
Se solo non fosse per quei maledetti politici,
concluse Adamowski.
Alla fine chiesero il conto. Adamowski scaric sul
tavolo i suoi marchi e li cont.
Dovr aiutarmi - disse -. Quanti ne ha?.
George fece lo stesso. Insieme avevano abbastanza
da pagare il conto e da lasciare qualcosa di
mancia al cameriere. E ce ne furono abbastanza anche
per un altro giro di brandy e per un buon sigaro.
Cos, sorridendo soddisfatti, atteggiamento condiviso
dal cameriere quando cap le loro intenzioni,
pagarono il conto, ordinarono i brandy e i sigari e,
pieni di cibo, di alcool e della piacevole consapevolezza
di un lavoro ben fatto, aspirarono con soddisfazione
i loro sigari e si misero a osservare il panorama.
Stavano attraversando velocemente la grande regione
industriale della Germania occidentale. I bei
paesaggi erano passati e tutto quello che si vedeva
era oscurato dalla sporcizia e dai fumi di quella
enorme attivit. Il terreno era punteggiato dagli
scheletri d'acciaio delle grandi fabbriche, fonderie e
raffinerie, e sfigurato da discariche come montagne
e cumuli di scorie. Un paesaggio brutale, fumoso,
denso di vita e di lavoro e dei tristi dedali delle citt
industriali. Ma anche questi luoghi hanno un certo
fascino... il brivido della potenza allo stato grezzo.
I due amici parlarono del paesaggio e del loro
viaggio. Adamowski disse che avevano fatto bene a
spendere la loro valuta tedesca. Al di fuori del Reich
il cambio sarebbe stato inferiore, e d'altra parte
erano gi vicini alla frontiera; dal momento che il
loro treno andava direttamente a Parigi non avrebbero
avuto bisogno di moneta tedesca neppure per
le mance per i facchini.
George gli confid, non senza un po' di apprensione,
di avere una trentina di dollari americani che
non aveva dichiarati. Aveva trascorso quasi tutta
l'ultima settimana a Berlino, disse, in pratiche burocratiche
riguardanti la partenza... facendo continuamente
la spola da un'agenzia marittima all'altra nel
tentativo di assicurarsi il viaggio verso casa, spedendo
telegrammi a Fox Edwards per farsi mandare
soldi e poi per assicurarsi le autorizzazioni per quei
soldi stessi. Aveva scoperto all'ultimo momento che
gli erano rimasti trenta dollari per i quali non aveva
il permesso ufficiale. Quando, disperato, era andato
da un conoscente che dirigeva un'agenzia di viaggio
e gli aveva chiesto cosa poteva fare, questi gli aveva
detto semplicemente di mettersi i soldi in tasca e di
non dire niente; che se a quel punto avesse cercato
di ottenere il permesso e avesse aspettato la risposta
delle autorit avrebbe perso la nave; dunque lo consigliava
di correre quel rischio che era, almeno cos
riteneva, di piccola entit e di andare avanti.
Adamowski annu, concordando, ma sugger a
George di prendere i soldi non dichiarati e metterli
nella tasca della giacca, dove non sarebbero sembrati
nascosti e poi, se fosse stato scoperto e interrogato,
avrebbe potuto dire di averli riposti l e di essersi
dimenticato di dichiararli. Cos George decise
di fare, e li trasfer immediatamente nella giacca.
Quella conversazione li riport allo spinoso problema
della regolazione monetaria e delle difficolt
dei loro compagni di viaggio, tutti tedeschi. Concordarono
sul fatto che per i loro nuovi amici la situazione
era dura, e che la legge che permetteva ai cittadini
come loro e agli stranieri di portare via dal
paese solo dieci marchi, se non altrimenti autorizzati,
era davvero ingiusta per gente che viaggiava per
affari come la donnetta bionda e Smania e Sbuffa.
Poi Adamowski ebbe un'ispirazione brillante,
frutto dei suoi impulsi generosi e spontanei.
Ma perch - disse - non aiutarli?.
Cosa intende dire? In cosa possiamo aiutarli?.
Be' - disse Adamowski - io ho un permesso che
mi autorizza a portare fuori dal paese ventitr marchi.
Lei non ha un permesso, ma tutti hanno il diritto....
...a fare uscire dieci marchi - disse George -.
Quindi intende dire - concluse - che ciascuno di
noi due ha speso i suoi soldi tedeschi....
...ma pu portare fuori dal paese tanti marchi
quanto la legge autorizza. S - disse -. Potremmo
comunque suggerirglielo.
Intende dire che dovrebbero darci in custodia
una parte dei loro marchi finch non abbiamo attraversato
la frontiera?.
Adamowski annu. S. Io potrei prenderne ventitr
e lei potrebbe prenderne dieci. Certo non 
molto, ma per loro potrebbero risultare utili.
Detto fatto, si accordarono. Quasi esultarono per
l'opportunit di offrire un piccolo servizio a quella
gente per la quale avevano sviluppato un certo affetto.
Ma mentre sedevano ancora al tavolo sorridendo
e confermando il loro proposito un uomo in
divisa attravers la carrozza, si ferm al loro tavolo,
che a quel punto, essendosene andati tutti gli altri,
era l'unico occupato, e con modi autoritari li
inform che i doganieri erano gi saliti a bordo del
treno e che quindi avrebbero dovuto tornare subito
ai loro posti e rimanervi in attesa dei controlli.
Si alzarono immediatamente e si affrettarono a
tornare attraversando le carrozze affollate. George
faceva strada e Adamowski, alle sue spalle, gli sussurrava
di affrettarsi per proporre quell'offerta ai
compagni di viaggio il pi presto possibile, o altrimenti
sarebbe stato troppo tardi.
Appena entrati nello scompartimento dissero ai
tre amici tedeschi che i doganieri erano gi saliti sul
treno e che presto sarebbero iniziate le ispezioni.
Quell'annuncio caus un turbine di eccitazione.
Tutti si affrettarono a preparare le loro cose. La
donna si mise a riordinare la borsa. Tir fuori il passaporto
e poi cominci a contare il denaro con
espressione preoccupata.
Adamowski, dopo averla osservata un attimo in silenzio,
tir fuori il suo certificato e lo dispieg facendole
osservare di essere autorizzato ufficialmente a
trattenere ventitr marchi, e che prima quella somma
ce l'aveva, ma che adesso l'aveva spesa. George prese
spunto da questo e disse di avere speso anch'egli
tutto il denaro tedesco e che anche in mancanza di
un permesso aveva diritto a trattenere dieci marchi.
La donna gett loro uno sguardo rapido, ansioso, e
riconobbe l'amicizia di quella proposta.
Quindi intendete dire... - esord - .. .ma sarebbe
una cosa stupenda, certo, se voi accettaste....
Lei ha pi di ventitr marchi rispetto a quanto 
autorizzata?, le domand Adamowski.
S - disse lei annuendo in fretta e con espressione
preoccupata -. Ho pi di quello. Ma se voi prendete
i ventitr marchi e li tenete fino a quando avremo
passato la frontiera....
Adamowski tese una mano. Li dia a me, disse.
La donna gli consegn immediatamente i ventitr
marchi, che finirono subito, con una strizzata d'occhio,
nelle tasche di Adamowski.
Smania e Sbuffa cont nervosamente dieci marchi
e senza proferire parola li pass a George. George se
li mise in tasca e tutti si rimisero seduti, un po' arrossiti
in volto, eccitati ma trionfanti, e cercando di riprendere
un contegno composto.
Pochi minuti dopo un agente apr la porta dello
scompartimento, salut e chiese i passaporti. Ispezion
per primo quello di Adamowski, trov tutto in
ordine, prese il suo certificato, controll i ventitr
marchi, timbr il passaporto e glielo restitu.
Poi si volt verso George, che gli dette il passaporto
e i vari documenti che certificavano il possesso
di moneta americana. L'agente sfogli le pagine del
passaporto, quasi completamente coperte di timbri e
di registrazioni appuntate ogni singola volta che
George aveva incassato un assegno in marchi.
L'agente, aggrottando la fronte, si sofferm su una
pagina particolare osservando con cura un timbro
che mostrava il rientro in Germania da Kufstein, alla
frontiera austriaca; poi consult ancora una volta i
documenti datigli da George. Scosse la testa.
Dov'era, domand, il certificato di Kufstein?
Il cuore di George ebbe un sobbalzo e si mise a
battere forte. Aveva dimenticato il certificato di Kufstein!
A quel punto aveva cos tante carte e documenti
di un genere o l'altro da fargli pensare che non
ci fosse bisogno del certificato di Kufstein. Cominci
a cercare e a sfogliare in tutta la massa di documenti
che gli erano rimasti in tasca. L'agente attese con pazienza,
ma con aria agitata. Tutti gli altri osservavano
George con preoccupazione, eccetto Adamowski,
che disse, calmo:
Faccia con calma. Da qualche parte dovr essere....
E alla fine George lo trov! E quando avvenne, il
suo improvviso moto di sollievo trov un'eco nei
suoi compagni di viaggio. Quanto all'agente,
anch'egli ne sembr lieto. Sorrise con una certa gentilezza,
prese il documento, lo controll e gli restitu
il passaporto.
Nel frattempo, durante quei minuti d'ansia che
George aveva trascorso cercando tra le sue carte,
l'agente aveva gi controllato i passaporti della
donna, del suo compagno e di Smania e Sbuffa. Apparentemente
tutto era in ordine per quanto li riguardava,
malgrado il fatto che la donna avesse confessato
il possesso di quarantadue marchi e che
l'agente, con rammarico, l'avesse informata che
avrebbe dovuto trattenerle tutto quanto eccedeva
dieci marchi. Ovviamente quel denaro sarebbe stato
trattenuto alla frontiera e restituito al suo ritorno.
La donna sorrise tristemente, sollev le spalle e gli
consegn trentadue marchi. Tutto il resto era evidentemente
in ordine perch l'agente salut e se ne
and.
Quindi era fatta! Tutti tirarono un sospiro di sollievo
e commiserarono l'affascinante donna per la
sua perdita. Ma erano tutti piuttosto felici di constatare
che quella perdita non fosse stata maggiore, e
che Adamowski fosse riuscito in qualche modo ad
alleggerirla.
George domand a Smania e Sbuffa se desiderasse
che il denaro gli fosse restituito subito o pi
tardi. Questi rispose che pensava fosse meglio aspettare
finch non avessero oltrepassato la frontiera
belga. E allo stesso tempo accenn casualmente,
cosa alla quale al momento nessuno di loro prest
molta attenzione, al fatto che il suo biglietto era valido
solo fino alla frontiera e che quindi avrebbe utilizzato
i quindici minuti della sosta ad Aquisgrana,
citt di frontiera, per comperare il biglietto per il resto
del viaggio verso Parigi.
Stavano avvicinandosi ad Aquisgrana. Il treno cominciava
a diminuire la velocit. Stavano di nuovo
attraversando un paesaggio piacevole, sorridente,
una distesa di campi verdi e di colline gentili, tutt'altro
che sgradevole, dolce, in certo qual modo tipicamente
europeo. La regione arida, sterile delle miniere
e delle fabbriche era alle loro spalle. Stavano
entrando nella periferia di una citt piacevole.
Si trattava di Aquisgrana. In pochi minuti il treno
avrebbe rallentato e si sarebbe fermato di fronte alla
stazione. Avevano raggiunto la frontiera. Ci sarebbe
stato un cambio di locomotiva. Tutti discesero, Smania
e Sbuffa evidentemente per fare il biglietto, gli
altri per sgranchirsi le gambe e prendere una boccata
d'aria.

 Capitolo 6.
L'ARRESTO.

Adamowski e George scesero assieme sulla banchina
e si avviarono a vedere la locomotiva. La locomotiva
tedesca, che aveva raggiunto il termine del
suo viaggio e che sarebbe stata immediatamente
rimpiazzata da quella belga, era una magnifica macchina
di una potenza terribile, quasi delle dimensioni
di una grande locomotiva americana. Aveva
una bellissima forma aerodinamica per l'alta velocit
e il suo tender era di una dimensione colossale, diverso
da qualunque altro George avesse mai visto.
Era come un nido d'api di tubi. Si poteva sbirciare
attraverso le sue barre oblique e osservare un complesso
a forma di fontana composto da migliaia di
sottili, piccoli tubi di acqua bollente. Ogni particolare
di quell'intricato e meraviglioso apparato testimoniava
l'evidenza della capacit di realizzazione e
del genio ingegneristico che l'aveva creato.
Sapendo quanto siano importanti i sottili momenti
di transizione, di quanto vivide, rapide e fuggitive
sono le prime, intense impressioni del viaggiatore
che passa da un paese all'altro, da un popolo
all'altro, da una norma di comportamento e di attivit
all'altra, George attendeva con intenso interesse
l'arrivo della locomotiva belga per scoprire cosa potesse
indicare la diversit tra le potenti, solide e indomite
genti che stava lasciando e il piccolo popolo
nel cui paese stavano per entrare.
Mentre Adamowski e George erano impegnati
nell'osservazione e nelle riflessioni su quel soggetto,
il loro vagone, assieme a un altro che aveva come
destinazione Parigi, veniva distaccato dal treno tedesco
e spostato a una serie di carrozze sulla parte opposta
del binario. Erano sul punto di affrettarsi
quando un ferroviere li inform che avrebbero
avuto ancora tempo e che il treno, secondo l'orario,
non sarebbe partito che dopo cinque minuti. Cos si
soffermarono un po' pi a lungo e Adamowski osserv
che il fatto che quel treno che veniva diviso, e
che collegava le due maggiori citt del continente,
portasse solo due vagoni tra una citt e l'altra, e che
quei vagoni non fossero neppure pieni, era una
prova pietosa dello stato dell'Europa.
Ma la locomotiva belga ancora non arrivava e a
quel punto, dando un'occhiata all'orologio della stazione,
si resero conto che il tempo della partenza era
gi scaduto. Temendo di essere lasciati a terra se
avessero esitato pi a lungo, si accinsero a tornare
indietro lungo la banchina. Incontrarono la donnetta
dai capelli biondi e, ponendosi gli uni al fianco
dell'altra, si affrettarono verso il loro vagone e il loro
scompartimento.
Via via che vi si avvicinavano risultava evidente
che fosse successo qualcosa. Non c'era alcun segno
di partenza. Sulla banchina c'erano il controllore e
un agente ferroviario. Non era stato dato alcun segnale
di partenza imminente. Quando arrivarono di
fronte alla loro carrozza videro che la gente si era
ammassata sul corridoio e che il modo in cui le persone
si comportavano indicava una notevole tensione,
un senso di emergenza che fece accelerare il
cuore di George.
Nel corso della sua vita George aveva gi avuto il
modo di osservare quel fenomeno e ne riconosceva i
segnali. Per esempio, quando qualcuno era caduto o
si era gettato da un alto edificio verso l'asfalto di
una strada di citt; o che era stato urtato o investito
da un'auto, e che quindi giaceva immobile, morente,
dinanzi agli occhi della folla... e come in questi casi
il comportamento della gente  sempre lo stesso.
Anche prima di vedere le facce delle persone, qualcosa
nella loro schiena, nella postura, nella posizione
delle teste e delle spalle rivela ci che  accaduto.
Ovviamente non si conoscono le circostanze
precise, ma si avverte immediatamente l'atto finale
di una tragedia. Sappiamo che qualcuno  morto o
che sta morendo. E nella terribile eloquenza delle
schiene e delle spalle, nel crescente silenzio di chi rimane
a guardare si avverte anche un'altra tragedia
ancora pi profonda. La tragedia della crudelt degli
uomini e della loro brama di dolore... la tragica
debolezza che li corrompe, che essi aborriscono, ma
dalla quale non possono guarire. George l'aveva osservata
da bambino sui volti di uomini in piedi di
fronte alla finestra di una miserabile impresa di
pompe funebri che osservavano la sanguinolenta
carcassa crivellata di un nero che la folla aveva catturato
e ucciso. Ancora, ragazzo quattordicenne, lo
aveva visto durante un ballo sui volti di uomini e
donne mentre assistevano a una rissa nella quale
uno aveva picchiato a morte un altro.
Il primo pensiero che gli venne alla mente - e che
venne in mente subito, senza bisogno di comunicarselo
tra loro, ad Adamowski e alla donnetta bionda
- fu il pensiero che fosse morto qualcuno. Ma, in
procinto di salire sul treno, ci che improvvisamente
li stup e li ferm, inorriditi, fu il realizzare che la
tragedia, qualsiasi fosse, era avvenuta nel loro stesso
scompartimento. Le tendine erano accuratamente
abbassate, la porta serrata, tutto lo spazio dello
scompartimento impenetrabilmente sigillato. Si fermarono
a osservare in silenzio, immobili sulla piattaforma.
Poi videro il giovane compagno della
donna al finestrino del corridoio. Questi gesticol
rapidamente, furtivamente, verso di loro, un gesto
che li avvertiva di rimanere dove si trovavano. E a
seguito di quel gesto tutti e tre pensarono che la vittima
di quella tragica ispezione doveva essere
l'ometto nervoso che fino a quel mattino era stato
loro compagno di viaggio. L'immobilit della scena
e il vuoto di quello scompartimento sbarrato era orribile.
Tutti covarono la sicurezza che quell'ometto
che all'inizio era stato cos sgradevole, ma che gradualmente
era uscito dal guscio divenendo loro
amico e con il quale avevano parlato solo un quarto
d'ora prima, fosse morto, e che le autorit di legge
in quel momento fossero rinchiuse l dentro con il
suo cadavere per le formalit ufficiali che la legge
stessa richiede.
Mentre osservavano sconvolti e in preda all'orrore
quello scompartimento fatalmente oscurato
dalle tendine, la serratura scatt improvvisamente,
la porta si apr, ne usc un agente e subito si richiuse.
Era un tipo massiccio con berretto a visiera e
una giacca verde oliva... un uomo sui quarantacinque
e forse pi dagli zigomi alti, spigolosi, volto florido
e baffi fulvi tenuti sporgenti al modo dell'imperatore
Guglielmo. Aveva la testa rasata e profonde
rughe alla base del cranio e attorno al collo carnoso.
Usc, scese goffamente sulla piattaforma, fece un segno
di richiamo a un altro agente e risal di nuovo
sul treno.
Apparteneva a un tipo di persona familiare e ben
conosciuto, un tipo di persona che George aveva gi
visto e del quale aveva sorriso spesso, ma un tipo di
persona che a quel punto era divenuto, in occasione
di quella circostanza infausta e misteriosa, sinistramente
sgradevole. Il peso e la goffaggine di
quell'uomo, il modo sgraziato nel quale era sceso
dal treno e poi ne era risalito, la dimensione della
pancia, l'ampiezza e la rozzezza delle pesanti natiche,
il modo in cui i baffi sporgenti fremevano di
impeto e di autorit, il suono gutturale della voce
mentre gridava verso l'agente suo collega, l'aria di
affannosa, ansante indignazione ufficiale... tutti i
sintomi che corrispondevano a quel tipo d'uomo si
fecero a quel punto in qualche modo ripugnanti.
All'improvviso, senza sapere perch, George si
trov a tremare di un'irritazione sanguinaria e
incomprensibile. Avrebbe voluto sfasciare quel grasso
collo e le sue rughe. Avrebbe voluto pestare quella
faccia arrossata e piena fino a ridurla in gelatina.
Avrebbe voluto prenderlo a pedate con forza, affondare
il piede al centro dell'oscena carnosit di quelle
natiche enormi. Come tutti gli americani non aveva
mai amato i poliziotti e quella sorta di autorit personale
che in loro si consacra. Ma il sentimento di
George in quell'occasione, con la sua rabbia omicida,
era molto pi di tutto questo. Perch sapeva di
essere disarmato, che tutti loro lo erano, e si sentiva
impotente, legato, incapace di fare qualcosa contro
il muro di quell'autorit irragionevole ma inattaccabile.
L'agente dai baffi sporgenti, accompagnato dal
collega che aveva chiamato, apr ancora una volta la
porta dello scompartimento dalle tendine abbassate
e in quell'occasione George pot vedere che all'interno
c'erano altri due agenti. E l'ometto nervoso
che era stato loro compagno di viaggio - no, non era
morto! - stava seduto come rannicchiato di fronte a
loro. Il volto era pallido e slavato. Quel volto sembrava
unto come fosse stato ricoperto di un balsamo
di freddo, grasso sudore. Al di sotto del lungo naso
la bocca tremava in uno sforzo orribile di sorriso. E
nell'atteggiamento dei due uomini che si chinavano
su di lui e che lo interrogavano c'era qualcosa di rivoltante
e di sporco.
Ma l'agente dal collo spesso e ricco di rughe
aveva gi richiuso la porta e interrotta la visione. Era
entrato velocemente, seguito dal collega. La porta si
richiuse alle loro spalle e ancora una volta non ci furono
che tendine abbassate e quella segretezza di
malaugurio.
Tutti coloro che si erano raccolti attorno avevano
avuto quella visione momentanea e si erano limitati
a guardare con sorpresa, stupefatti. Quelli che si
trovavano nel corridoio del vagone cominciarono a
bisbigliare tra di loro. La donnetta bionda sal sul
vagone e inizi a conversare a bassa voce con il giovane
e alcune altre persone che stazionavano di
fronte al finestrino aperto. Dopo aver parlato con
loro con un'eccitazione dai toni sommessi ma crescenti,
torn gi, prese George e Adamowski per un
braccio e sussurr:
Venite con me. Devo dirvi una cosa.
Li scort lungo la banchina, lontano da orecchie
indiscrete. Poi, mentre entrambi gli uomini chiedevano
a bassa voce Che succede?, lei si guard attorno
con cautela e sussurr:
Quell'uomo... quello nel nostro scompartimento...
stava cercando di attraversare la frontiera.
.. e l'hanno arrestato.
Ma perch? Come mai? Cosa ha fatto?, domandarono,
sbalorditi.
La donna si guard attorno con cautela e, avvicinandoli
a s finch le loro teste quasi si toccarono,
disse in un sussurro riservato, pieno di timore e stupore:
Dicono che sia ebreo! E gli hanno trovato addosso
del denaro! Lo hanno perquisito... hanno
perquisito il suo bagaglio... stava portando fuori dal
paese i soldi!.
Quanto?, domand Adamowski.
Non lo so - sussurr la donna -. Tanto, penso.
Qualcuno parla di centomila marchi. In ogni caso,
glieli hanno trovati.
Ma come? - disse George - Pensavo che fosse
tutto finito. Pensavo che avessero terminato con
tutti noi quando hanno controllato il treno.
S - disse la donna -. Ma non ricordate la faccenda
del biglietto? Ha detto qualcosa sul fatto di
non avere il biglietto per l'intero viaggio. Suppongo
che con questo stratagemma si sentisse pi sicuro...
che abbia pensato che comprando il biglietto solo
fino ad Aquisgrana non avrebbe creato sospetti a
Berlino. Cos qui  sceso dal treno per fare il biglietto
per Parigi... ed  cos che l'hanno preso! -
sussurr - Probabilmente lo tenevano d'occhio!
Probabilmente sospettavano di lui! Ecco perch
loro non l'hanno interrogato quando hanno controllato
tutto il treno. A quel punto George ricord
che loro' non l'avevano fatto. Ma lo tenevano
d'occhio, e l'hanno arrestato qui! - continu la
donna - Gli hanno domandato dove stava andando
e lui ha detto che andava a Parigi. Gli hanno chiesto
quanti soldi portava fuori. Lui ha detto dieci marchi.
Poi gli hanno chiesto quanti giorni sarebbe rimasto
a Parigi e perch vi andava, e lui ha risposto
che si sarebbe fermato una settimana per partecipare
a quel congresso di avvocati del quale ci aveva
parlato. Allora gli hanno chiesto come pensava di
fermarsi a Parigi per una settimana con soli dieci
marchi. E io credo - sussurr la donna - che sia
stato a quel punto che lui si  spaventato! Ha cominciato
a perdere la testa! Ha detto che aveva da
parte venti marchi che aveva messo in un'altra tasca
e dei quali si era dimenticato. Poi ovviamente
l'hanno arrestato! Lo hanno perquisito! Gli hanno
perquisito il bagaglio! E hanno trovato il resto... -
sussurr come stupita - molto, molto di pi!.
Si guardarono l'un l'altro, troppo sbalorditi per
pronunciare anche una sola parola. Poi la donna si
mise a ridere in un tono basso, in certo qual modo
impaurito, un po' incerto: Oh- oh- oh, terminando
su una nota di incredulit.
Quell'uomo - sussurr ancora - quell'ebreuccio....
Non sapevo che fosse ebreo - disse George -.
Non l'avrei pensato.
Ma lo  - sussurr lei guardandosi attorno furtivamente
per controllare se fossero ascoltati o osservati
-. E stava facendo esattamente quello che molti
altri hanno fatto... cercare di andarsene fuori dal
paese con i loro soldi!. Rise ancora una volta,
emettendo quel piccolo, incerto Oh-oh in un crescendo
di stupore incredulo. George vide che anche
il suo sguardo era inquieto.
Tutt'a un tratto George si sent male, come vuoto,
nauseato. Scostandosi un po', ficc una mano in tasca ... e la
ritir come se le dita gli bruciassero. Il
denaro di quell'uomo... lo aveva ancora lui! Stavolta
rimise la mano in tasca deliberatamente e sent le
cinque banconote da due marchi. Sembravano unte,
come coperte di sudore. George le tir fuori, le racchiuse
nel pugno e si avvi sulla banchina verso il
treno. La donna lo prese per un braccio.
Dove sta andando? - rantol - Cosa sta cercando
di fare?.
Voglio rendere a quell'uomo il suo denaro. Non
lo vedr mai pi. Non lo posso tenere io.
Il volto della donna sbianc. Ma  matto? - sussurr
- Non sa che  una cosa che le potrebbe nuocere?
Servirebbe solo a farla arrestare! E per quanto
riguarda quell'uomo...  gi abbastanza nei guai.
Peggiorerebbe solo le cose per lui. E poi - balbett
- lo sa Dio ci che ha fatto quell'uomo, cosa ha gi
detto. Se ha perduto completamente la testa... se ha
detto che ha passato del denaro a un'altra persona...
saremmo tutti nei guai!.
Non ci avevano pensato. E quando si resero
conto delle conseguenze delle loro buone intenzioni
rimasero immobili, tutti e tre a guardarsi, impotenti,
tra loro. Si limitarono a rimanere l immobili, sentendosi
confusi, deboli e vuoti. Rimasero al loro posto
e pregarono.
A quel punto gli agenti scesero dal vagone. Le
porte dalle tendine abbassate si aprirono di nuovo e
l'uomo dai baffi sporgenti usc portando con s la
valigia dell'ometto. Discese goffamente sulla banchina
e pose la valigia sul selciato, tra i piedi. Si
guard attorno. A George e agli altri sembr che li
osservasse. Si fermarono tutti, immobili, osando appena
respirare. Pensavano di essere coinvolti e a
quel punto si attendevano di vedere scaricare i loro
bagagli.
Ma un attimo dopo gli altri tre agenti uscirono
dalla porta dello scompartimento scortando
l'ometto in mezzo a loro. Scesero sul marciapiede e
si avviarono con lui, bianco come un lenzuolo, con il
volto imperlato di sudore, che protestava incessantemente
con una voce che aveva in s una sorta di
cadenza dolorosa. Pass proprio dinanzi agli altri. Il
denaro di quell'uomo essudava nelle mani di
George, che non sapeva cosa fare. Fece un gesto con
un braccio e cominci a parlargli. Allo stesso momento
sper disperatamente che l'altro non gli rispondesse.
George cerc di distrarre lo sguardo, ma
non vi riusc. L'ometto si incammin verso di loro
protestando con tutto il suo fiato che la faccenda sarebbe
stata spiegata, che si trattava di un errore assurdo.
Per il bagliore di un istante, mentre passava
dinanzi agli altri, smise di parlare, guardandoli con il
volto sbiancato e sorridendo nel suo orribile sorriso
forzato di terrore; per un istante i suoi occhi si arrestarono
su di loro, e poi, senza un segno di riconoscimento,
senza tradirli, senza dare nessun segnale
di conoscerli, li oltrepass.
George ud che la donna al suo fianco sospirava
debolmente e avvert il corpo di lei che si appoggiava
al suo. Tutti loro si sentivano deboli, prosciugati
delle ultime energie. Poi si avviarono lentamente
lungo la banchina e salirono sul treno.
La maligna tensione si era spezzata. La gente parlava
con fervore, ancora a voce bassa ma con un'eccitazione
evidentemente liberata. La donnetta
bionda si affacci al finestrino del corridoio e cominci
a parlare con l'uomo dai baffi sporgenti, che
era rimasto a terra.
Voi... voi non lo lascerete mica andare... - domand
esitante, quasi in un sussurro - Voi... lo terrete
qui....
Lui la guard in modo imperturbabile. Poi un
sorriso lento, insopportabile, si apr sul suo volto.
Annu con la testa, deliberatamente, con l'irrevocabilit
di una soddisfazione vorace e piena:
Ja - disse - Er bleibt. E, scuotendo la testa lentamente
da un lato all'altro: Geht nicht!(1), disse.
Lo avevano preso. Lontano, sul binario, i passeggeri
udirono il penetrante, improvviso fischio acuto
della locomotiva belga. Il capostazione richiam
l'attenzione dei viaggiatori. Per tutto il treno, un rumore
di portiere sbattute. Il treno cominci a muoversi
lentamente. Sfil davanti all'ometto con movimento
strisciante. L'avevano preso, alla fine. Era circondato
dagli agenti. Era in piedi in mezzo a loro e
ancora protestava, a quel punto esprimendosi a gesti
delle mani. E gli uomini in uniforme non dicevano
niente. Non avevano motivo di parlare. Lo avevano
preso. Si limitavano a rimanere immobili e a sorvegliarlo,
tutti con una leggera parvenza di quell'intollerabile,
lento sorriso sul loro volto. Sollevarono lo
sguardo e osservarono i passeggeri sul treno che
scorreva loro davanti, e la fila dei viaggiatori in piedi
sui corridoi che gli restituivano lo sguardo e che coglievano
l'osceno e insolente messaggio negli occhi
degli agenti e in quell'intollerabile, lento sorriso.
Quanto all'ometto... anche lui interruppe lo
sforzo febbrile di spiegarsi. Quando gli pass dinanzi
il vagone sul quale aveva viaggiato sollev il
volto cereo e gli occhi pieni di terrore, e per un attimo
le sue labbra cessarono la loro supplica ansiosa.
Gett un'occhiata diretta e ferma ai suoi ex
compagni di viaggio, e loro fecero altrettanto. E in
quello sguardo c'era tutto il peso incommensurabile
dell'angoscia mortale di quell'uomo. George e gli altri
si sentirono come nudi e pieni di vergogna, e in
qualche modo colpevoli. Tutti loro avvertivano che
stavano dicendo addio non a un solo uomo, ma
all'umanit; non a un semplice, meschino straniero,
a una qualsiasi conoscenza di viaggio, ma a tutta
l'umanit; non a un qualsiasi simbolo di vita senza
nome, ma all'immagine che sbiadisce del volto di un
fratello.
Il treno prese velocit... e cos lo persero di vista.

Note.
1. S. non se ne va. Non va da nessuna parte. [N.d.T.]
 
Capitolo 7.
LA STRADA SENZA RITORNO.

Be' - disse Adamowski voltandosi verso George
- mi sembra un finale triste per il nostro viaggio.
George annu, ma non disse niente. Poi tornarono
nello scompartimento e ripresero i loro posti.
Ma a quel punto tutto sembrava strano e vuoto. Il
fantasma dell'assenza vi si era seduto in maniera rovinosa.
L'ometto aveva lasciato il soprabito e il cappello;
nella sua angoscia li aveva dimenticati. Adamowski si alz e
li raccolse; pensava di consegnarli
al capotreno, ma la donna disse:
Sarebbe meglio guardare prima nelle tasche. Ci
pu essere qualcosa. Forse... - disse rapida, con ansia,
come se quell'idea le fosse venuta all'improvviso
- forse vi ha lasciato del denaro, sussurr.
Adamowski controll le tasche. Non contenevano
niente di valore. Scosse la testa. La donna si dette a
ispezionare i cuscini del sedile ficcando a fondo le
mani nei loro lati.
Sapete, potrebbe anche darsi - disse - che vi abbia
nascosto del denaro. Rise con un'eccitazione
quasi allegra. Forse diventeremo tutti ricchi!.
Il giovane polacco scosse la testa. Penso che se
lo avesse fatto l'avrebbero scoperto. Tacque, sbirci
fuori dal finestrino e si mise una mano in tasca.
Suppongo che adesso siamo in Belgio - disse
Ecco il suo denaro. E restitu alla donna i ventitr
marchi che gli aveva dato.
La donna li prese e li mise nella borsa. George
aveva ancora in mano i dieci marchi dell'ometto e li
osservava. La donna alz la testa, not l'espressione
di George e disse subito, schiettamente: Ma lei 
turbato per questo! Sembra cos inquieto....
George ripose il denaro. Poi disse:
Mi sento esattamente come se avessi in tasca del
denaro insanguinato.
No..., disse la donna. Gli si avvicin sorridendo
e gli mise una mano rassicurante sul braccio.
Non denaro insanguinato... denaro di ebreo! - sussurr
- Non se ne preoccupi. Lui ne avr un
sacco.... Lo sguardo di George incroci quello di
Adamowski. Erano entrambi tristi.
 un finale amaro per il nostro viaggio, disse di
nuovo Adamowski a bassa voce, come rivolgendosi
a se stesso.
La donna cerc di sollevarli dalla loro tristezza, di
indurli a dimenticare. Si sforz di ridere e di scherzare.
Quegli ebrei! - esclam - Queste cose non accadrebbero
se non fosse per loro! Sono loro a creare
tutto il problema. La Germania ha dovuto proteggersi.
Gli ebrei stavano portando via tutto il denaro
dal paese. Migliaia di loro sono scappati portandosi
dietro milioni di marchi. E solo adesso ci svegliamo,
quando  troppo tardi!  davvero brutto che gli
stranieri debbano vedere queste cose... che debbano
passare attraverso queste esperienze dolorose...
tutto questo fa una brutta impressione. Non ne capiscono
il motivo. Ma sono gli ebrei... !, sussurr.
Gli altri non dissero niente e la donna continu a
parlare con foga in tono eccitato, con calore, tentando
di persuaderli. Ma era come se volesse convincere
se stessa, come se in quella occasione volesse
utilizzare i concetti di razza e di fedelt nel tentativo
di scusare o giustificare un qualcosa che l'aveva
riempita di tristezza e di una profonda vergogna.
Mentre parlava e rideva gli occhi azzurro chiaro
erano tristi e colmi di preoccupazione. Alla fine si
arrese e si azzitt. Cal un pesante silenzio. Poi con
gravit, con lentezza, disse:
Deve aver tentato di fuggire con molta determinazione.
Ricordarono, allora, tutto ci che l'uomo aveva
detto e fatto durante il viaggio. Ricordarono come si
era mostrato nervoso, come aveva aperto e richiuso
di continuo la porta, come aveva continuato a passeggiare
su e gi per il corridoio. Parlarono del sospetto
e della diffidenza con i quali li aveva scrutati
quando era entrato e della foga con la quale aveva
chiesto ad Adamowski di scambiare il posto con lui
quando il polacco si era alzato per andare con
George nel vagone ristorante. Ricordarono le sue
spiegazioni riguardo al biglietto dalla frontiera a Parigi
che avrebbe dovuto comperare. Tutte queste
cose, ogni atto, parola e gesto dell'ometto che allora
avevano interpretati come banali o come una semplice
prova di temperamento irascibile adesso veniva
investito di un significato nuovo e terribile.
Ma quei dieci marchi ! - esclam infine la donna
rivolgendosi a George - Dal momento che aveva
tutti quegli altri soldi, perch, in nome di Dio, le ha
dato dieci marchi?  stata una cosa cos stupida! -
esclam in tono esasperato - Non c'era nessun motivo!.
Ovviamente non riuscivano a trovarvi nessun motivo,
a meno che non l'avesse fatto per sviare dalla
loro mente il sospetto del suo reale intento. Questa
era la teoria di Adamowski, che sembr soddisfare
la donna. Ma George pensava che fosse pi probabile
che l'ometto fosse in un tale stato di disperata
frenesia nervosa e di apprensione da perdere la capacit
di ragionare con chiarezza, e che quindi
avesse agito ciecamente, all'impazzata, sull'impulso
del momento. Ma nessuno lo poteva sapere. E a
quel punto non avrebbero mai trovato la risposta.
George era ancora preoccupato per come restituirgli
i dieci marchi. La donna disse di aver dato a
quell'uomo il suo nome e il suo indirizzo di Parigi, e
che se fosse riuscito a compiere il suo viaggio
l'avrebbe potuta trovare l. Allora anche George le
dette il suo indirizzo di Parigi e le chiese di informare
quell'uomo su dove avrebbe potuto trovarlo,
se la donna lo avesse sentito. La donna promise, ma
tutti loro sapevano che non avrebbero avuto pi alcuna
notizia di lui.
Era oramai il tardo pomeriggio. Il paesaggio si era
richiuso attorno a loro. Il treno serpeggiava attraverso
un paesaggio piacevole, romantico, di colline e
di boschi. Nella discesa della sera e della luce
calante c'era un sentore di profonda e impenetrabile
foresta e di fresche, oscure acque.
Avevano passato la frontiera da un pezzo, ma la
donna, che stava guardando meditabonda e un po'
ansiosamente fuori dal finestrino, salut il capotreno
al suo passaggio nel corridoio e gli domand se a
quel punto si trovavano davvero in Belgio. Questi le
assicur che si trovavano in Belgio. Adamowski gli
consegn il cappello e il soprabito dell'ometto e gli
spieg il motivo. Il capotreno annu, li prese e se ne
and.
La donna si teneva una mano al petto e, quando il
capotreno se ne fu andato, sospir piano con sollievo.
Poi, calma e con semplicit, disse:
Non fraintendetemi. Sono tedesca e amo il mio
paese. Ma... adesso mi sento come sollevata da un
peso... qui. Si mise di nuovo la mano sul petto.
Forse non potete capire quello che noi sentiamo,
ma.... Poi rimase in silenzio per un momento come
meditando con dolore ci che voleva dire. E rapidamente,
ma calma: Siamo cos felici di esserne...
fuori.
"Fuori"? S, era questo. Improvvisamente George
cap come si sentisse la donna. Anche lui era fuori',
lui che era straniero nel paese di quella donna, e che
comunque non si era mai sentito uno straniero in
quel paese. Anche lui si trovava fuori' di quel
grande paese la cui immagine gli era rimasta scolpita
nell'animo fin dall'infanzia e dalla giovinezza, prima
ancora che l'avesse realmente visitato. Anche lui si
trovava fuori' da quel paese che per lui era stato
molto pi di un paese, molto pi di un luogo'. Era
stato la geografia di un desiderio del cuore, un insondato
dominio di eredit sconosciuta. L'incantevole
bellezza di quella terra magica era stata un
oscuro stupore dell'animo. Aveva conosciuto il linguaggio
dello spirito di quella terra anche prima di
esserci stato, aveva capito il senso di quella lingua
nel momento stesso in cui l'aveva sentita parlare.
Aveva incorniciato gli accenti di quella parlata molto
convulsamente gi da quel primo momento, eppure
mai con un pur temporaneo problema, un senso di
estraneit o mancanza di comprensione. Si trovava
in patria in quella lingua, e cos quella lingua in lui.
Sembrava che fosse nato con questa cognizione.
In quel paese aveva trovato la meraviglia, la verit
e la magia, la tristezza, la solitudine e il dolore. Vi
aveva trovato l'amore, e per la prima volta nella sua
vita vi aveva assaggiato la luminosa, illusoria sacralit
della fama. Perci per lui non era una terra straniera.
Era l'altra parte della patria del suo cuore,
una parte stregata dei suoi desideri oscuri, un feudo
magico di pienezza. Era l'oscura, smarrita Helen che
gli era sempre bruciata nel sangue... l'oscura, perduta
Helen che aveva trovato(1).
E adesso era l'oscura, trovata Helen che aveva
perduto. E a quel punto cap, come mai aveva capito
prima, l'inestimabile misura della sua perdita.
Capiva anche l'inestimabile misura della sua conquista.
Perch questa era una strada che da ora in
avanti sarebbe stata chiusa per lui... la strada senza
ritorno. Lui era fuori'. Ed essendo fuori' cominci
a intravedere un'altra strada, la strada che gli si
apriva dinanzi. Allora si rese conto che non si pu
tornare a casa... mai. Che non esiste strada di ritorno.
Che adesso per lui, con la netta e chiara irrevocabilit
della chiusura di una porta, era terminato
il tempo in cui le sue radici oscure, come quelle di
una pianta destinata a essere messa in vaso, erano
state lasciate a nutrirsi della loro propria sostanza,
ad alimentare i loro piccoli piani e nutrire i loro piccoli
progetti. Da qui in avanti le radici avrebbero
dovuto espandersi all'esterno... lontano dal nascosto,
segreto e insondato passato che tiene prigioniero
lo spirito dell'uomo... fuori, fuori verso il ricco
terreno che d vita a una nuova libert nel vasto
mondo di tutta l'umanit. E allora gli apparve la visione
della vera casa dell'uomo, al di l dell'infausto
- e gravato di nubi - orizzonte del qui e adesso, nei
verdi e costantemente vergini pascoli di un futuro
pieno di speranza.
Dunque - pens -, vecchio maestro, mago
Faust, vecchio padre dell'antica mente dell'uomo
affollata di fantasmi, la tua gloria, la tua bellezza, la
tua magia e la tua rovina... e l'oscura Helen che
brucia nel nostro sangue, grande regina e amante,
strega... terra oscura, terra oscura, vecchia, antica
terra che amo... addio!.

Note.
1. "L'oscura Helen che brucia nel nostro sangue"  un personaggio-simbolo
che ricorre pi volte in Thomas Wolfe. L'origine
di questo simbolo  incerta, ma sembra assodato che si
riferisca alla cultura materna del Sud natale degli Stati Uniti dell'autore rispetto
a quella paterna del Nord: Il Sud per lui era femminile
[...] A partire dal Sud reale e soggettivo dell'"oscura Helen
del nostro sangue" egli occup le fortezze maschili del Nord e trov
nella "rocca indebolita" delle citt del nord una difesa contro la
tela di ragno del Sud (C. Hug Holman, The Roots of Southern
Writing: Essay on th Literature of th American South. University
of Georgia Press, 2008).

 NOTA FINALE.

L'esperienza di quell'ultima estate in Germania
ebbe un effetto profondo su George Webber. Si era
trovato di fronte a un qualcosa di antico e di profondamente
malvagio all'interno dello spirito dell'uomo
che non aveva mai conosciuto prima, e questo scosse il
suo mondo interiore fino alle fondamenta. Non che
questo avesse prodotto una rivoluzione improvvisa del
suo modo di pensare. Da anni la sua concezione del
mondo e del proprio posto all'interno del mondo
aveva conosciuto un cambiamento graduale, e quindi
l'avventura tedesca si era limitata a portare quel processo
al suo punto culminante. Aveva posto in una
luce tagliente molti altri eventi connessi che George
aveva osservato nell'indole complessiva dei tempi, e
gli aveva reso evidenti una volta per tutte i pericoli
che si nascondono in quei latenti desideri atavici che
l'uomo ha ereditato dal suo oscuro passato.
Si rese conto che l'hitlerismo era la recrudescenza
di un'antica barbarie. La sua assurdit razziale e la
sua crudelt, il suo nudo culto della forza brutale, la
sua soppressione della verit e il suo ricorrere alla
menzogna e ai miti, il suo disprezzo spietato dell'individuo,
il suo dogma anti-intellettuale e anti-morale
che prevedeva che un unico, solo uomo possegga il diritto
di giudizio e di decisione, e che per tutti gli altri
la virt giaccia in un'obbedienza cieca, incondizionata...
ognuno di questi elementi fondamentali
dell'hitlerismo era una regressione a quel feroce e antico
tribalismo che aveva spinto ondate di villosi teutonici
a discendere dal nord per distruggere l'immensa
struttura della civilt romana. Quello spirito primitivo
di cupidigia e di violenza era sempre stato il vero
nemico del genere umano.
Ma questo spirito non era confinato alla sola Germania.
Non apparteneva a una sola etnia. Era una
parte terribile dell'eredit universale dell'uomo. Se ne
vedono le tracce dappertutto. Ha preso molte forme,
molte etichette. Hitler, Mussolini, Stalin... ognuna ha
il suo nome. E anche l'America le ha avute, in varie
forme. Perch ovunque qualsiasi gruppo di persone
abbia cospirato per i propri fini personali, ovunque la
regola del cane che mangia cane sia divenuta dominante,
l ha avuto un suo seguito. E dovunque l'abbiamo
trovata, allo stesso momento abbiamo trovato
che le sue radici affondano in qualcosa di primitivo
nel brutto passato dell'uomo. E quelle radici in qualche
modo dovrebbero essere sradicate, pens George,
se l'uomo intende conseguire la sua massima libert e
non essere respinto nella barbarie ed estinguersi interamente
sulla terra.
Quando George si rese conto di tutto questo cerc i
desideri atavici all'interno di se stesso. Ne trov
molti. Ognuno pu trovarli se  abbastanza onesto da
cercarli. Durante l'intero anno che segu il suo ritorno
dalla Germania George fu occupato da quello sforzo
di esame di se stesso. E alla fine seppe, e con la conoscenza
venne anche la percezione definitiva di una
nuova direzione verso ci che aveva cercato a tentoni,
che l'oscura caverna ancestrale, il grembo dal quale il
genere umano  emerso alla luce, ci spinge sempre
all'indietro... ma che non si pu pi tornare a casa.
Per lui quella enunciazione aveva molte implicazioni.
Non puoi tornare a casa dalla tua famiglia, a
casa alla tua infanzia, a casa da un amore romantico, a
casa ai sogni giovanili di gloria e fama, a casa dall'esilio,
alla fuga in Europa e in qualche terra straniera, a
casa dal lirismo, al cantare solo per l'amore di cantare,
a casa all'estetismo, all'idea giovanile dell'"artista" e
della totale autosufficienza dell'"arte" e della "bellezza"
e dell"amore", a casa alla torre d'avorio, a casa nei
luoghi del tuo paese, al cottage di Bermuda, via da
tutte le lotte e i conflitti del mondo, a casa dal padre
che hai perduto e che hai cercato, a casa da qualcuno
che pu aiutarti, salvarti, alleggerire i pesi per te, a
casa alle vecchie forme e ai vecchi sistemi di cose che
una volta sembravano immortali ma che cambiano in
continuazione... a casa dalle evasioni del Tempo e della Memoria.
In un certo senso, quelle parole ricapitolavano tutto
ci che George aveva imparato. E ci che adesso sapeva
portava inesorabilmente a una decisione che era
la pi dura che si fosse mai trovato a prendere. Lott
con essa durante tutto l'anno, ne parl con il suo
amico ed editor Foxhall Edivards e combatt contro il
fare ci che si rendeva conto di dover fare. Perch era
giunto il tempo di lasciare Fox Edivards. Dovevano
giungere a dividere le loro strade. Non che Fox fosse
uno dei nuovi barbari. Dio, no! Ma Fox... be', Fox
cap. E George cap che, qualsiasi cosa fosse accaduta, Fox gli sarebbe rimasto amico.
Cos, alla fine, dopo tutti quegli anni assieme, si separarono.
E quando questo fu stabilito, George si sed e scrisse a Fox. Voleva lasciare una testimonianza chiara. E cos gli scrisse.
...
.
...
FINE.